raffaeleniro.eu

30 Giugno 2009

FuturoINTERIORE – puntata n. 15

Archiviato in: FUTUROinteriore — raffaeleniro @ 5:00 pm

Ciao Ypsilon,

durante questa settimana sono accadute cose da pazzi. Io ho cambiato sesso. Tua madre è diventata una bambina. Siamo stati adottati da due nonnini ottantenni usciti fuori catalogo. Il sole è stato sospeso nel cielo per sette giorni e sette notti. La luna dalla rabbia è diventata nera. L’AD, l’Amministratore Delegato di Terra & Co. è andato di matto ed ha convertito tutte le produzioni in laboratori di poesia. Sì, hai capito bene. Poesia. Tutti i client, istintivamente, hanno iniziato a fare scorte di pilloline di pasta asciutta e di bistecche di maiale. Il deserto che circondava la nostra Oasi è sprofondato sotto ondate schiumose di acqua. Al minuto milleventiquattro di oggi ho pensato di fermare il tempo ed il tempo si è fermato. Così. D’incanto. Io, capisci, ho fermato il tempo. Così poi ho pensato che magari riuscivo a fare anche altro, con la sola forza dei desideri. Ci ho provato. Così ho desiderato che tutto tornasse al posto suo. E così è stato. Io sono tornato maschio. Tua madre è tornata adulta. La parola nonni è stata cancellata da tutti i file. Il sole è tornato ad inseguire la luna. La luna s’è fatta rossa dall’emozione. L’AD ha decretato che si aumentasse la produzione di pilloline di pasta asciutta e di bistecche mantenendo fisso il numero di ore lavorate. Il deserto che circonda la nostra Oasi ha continuato ad avanzare inesorabile bevendosi il mare. Al minuto milleventiquattro, dopo sessanta secondi è succeduto il minuto milleventicinque. Tua madre entra di corsa nei miei pensieri e mi dice che l’Ufficio per il mantenimento demografico le ha comunicato che sarai una femminuccia. Ypsilon. Sarai una donna. Custodirai il segreto della vita. E lo tramanderai. Avrai modo di sviscerare il motore della vita. Tu potrai provare a capirne il mistero. Indaga, piccola. Diventa detective. Fatti spia. E quando l’avrai carpito tienitelo per te e tramandalo, solamente. Dal canto mio ti posso dire che ho intuito che il segreto della vita sta nell’amore. Ed è questa la parola che ti dono questa volta. Sarai una femminuccia. Sarai donna. E dell’amore non ti devo dire niente. Anzi. Se dovessi essere ancora vivo quando nascerai, insegnamelo. Mi servirà per morire meglio.

 

Ora vado ad alfabetizzarmi da tua madre,

il tuo primo alunno.

 

Oasi 174517,
204° giorno dell’anno 2058

 

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pubblicato su “Il Caffé” giugno 2009

9 Giugno 2009

Netville Reload – Torino 12-14 giugno ‘09

Archiviato in: occasioni — raffaeleniro @ 11:59 am

Netville Reload
Mostra finalizzata all’asta di lavori donati dagli artisti a sostegno di International Help Onlus

Manifestazione promossa da ArsMeteoº nell’ambito di MeteoºPatika 2009

Nello spazio ibrido di lavoro/esposizione della Web Agency torinese Easybit – che compie dieci anni di vita – si potranno ammirare le opere degli artisti chiamati da Giorgio Vaccarino ad aggiornare la visione panoramica dell’Opera Netville, esposta per la prima volta a Rivoli da Artenero nel 2004.
Sulla traccia della composizione originaria, formata da 35 elementi di 70 x 50 cm disposti su 5 file e 7 colonne, si ricomporranno in questa occasione gli interventi multimediali messi in gioco dagli Autori, Artisti e Amici di ArsMeteoº conniventi che avranno aderito al relativo bando di Reload.
Ciascun Autore avrà individuato e prenotato uno o più tasselli a sua scelta fra quelli che, sulla mappa costituita dal Bando RELOAD 090612, compaiono in bianco e nero. Non ci sono vincoli di genere, supporto, media, all’infuori delle dimensioni di superficie occupata indicate sopra.
Saranno gli Autori stessi a determinare il “grado di coerenza” da rispettare nei confronti delle tracce presenti sulla mappa, confinanti con il tassello da loro prescelto.
Al fine di garantire la massima disponibilità alla partecipazione, sono stati previsti più livelli sinottici di ricomposizione dell’insieme.
Ad intervento compiuto, si determinerà una riconfigurazione collettiva del tessuto originario, tale da rinnovarne totalmente la percezione, alla luce degli orientamenti della Web Community di ArsMeteoº e delle sue Previsioni del Tempo dell’Arte.
Sono in corso interventi su vari media di: Corrado Alderucci, Giovanni Alibrandi, Marta Ampolo, Vincenzo Ampolo, Ennio Bertrand, Mauro Bouvet, Vincenzo Caricato, Luisella Carretta, Marilena Cataldini, Maurizio Chatel, Gianni Colombo, Angelo Conto, Gianni Cossu, Giuseppe De Filippo, Paolo Durandetto, François Farellacci, Paolo Ferrante, Giuseppe Gavazza, Claudio Gulli, Fabrizio Fontana, Claudio Guasti, Ambra Lazzari, Chiara Massa, Simona Minniti, Ferruccio Musio, Netville, Martha Nieuwenhujis, Raffaele Niro, Alessandro Novazio, Francesco Pasca, Sergio Pallante, Reinoso Peicper, Flavio Portis, Agnesina Pozzi, Donato Prosdocimo, Rudi Punzo, Matteo Riparbelli, Beppe Ronco, Sara Scalco, Filippo Valente, Salvatore Zito.

L’opera di Reload – diretta da Giorgio Vaccarino, con l’assistenza pandemica di Gianni Colombo per gli Autori disposti a contaminarsi – è curata – in particolare per la colonna sonora dell’evento – da Edoardo Acotto ed è accompagnata dai suggerimenti e dalle critiche di Franco Torriani e di Lorenzo Taiuti, esperti conoscitori delle vicende netvillane pregresse (Arslab 1995-2004).

Anteprima Mostra:
12 Giugno 2009
dalle 17.00 alle 21.00
13 e 14 Giugno
dalle 18.00 alle 20.00
Easybit Open Space
via Savonarola 6, Torino
Esposizione e Asta:
Settembre 2009
Fusion Gallery
Piazza Peyron 9, Torino
Informazioni:
ufficiostampa@arsmeteo.org

MeteoºPatika 2009:
associazione@arsmeteo.org

ArsMeteoº – previsioni artistiche
http://www.arsmeteo.org
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Raffaele Niro parteciperà a Netville reload con la videopoesia “target”.

Il tassello H3 di Netville Reload contiene un gran caos, ma porta in evidenza una donna con il seno scoperto. La donna, simbolicamente, riporta al concetto di vita, essendo la donna custode del segreto della vita.

Caos più vita riconducono all’attualità, alla vita intesa come quotidianità. Vita caotica, priva di punti di riferimento se non effimeri e dettati dalla logica del consumismo, priva di valori di riferimento.
L’uomo visto come obiettivo, target, bersaglio, del sistema societario occidentale attuale.
Le immagini sono molto evocative, indicano una corsa verso il nulla, un voler raggiungere un obiettivo indefinito, una fuga per la sopravvivenza, scampando all’idea di essere bersaglio, la ricerca di una soluzione, della salvezza.
La “recitazione” del testo è stata pensata per dare quell’idea di freneticità, di angoscia, di fuga, di ricerca di una soluzione da parte di un moribondo (l’uomo) che, comunque, orgasmicamente è legato alla vita.
La musica, quasi in contrasto con l’angoscia della recitazione, è invece la rappresentazione di come la vita attuale viene “affrontata” dalla maggior parte degli uomini, ossia con spirito di adattamento.
Questa, in sostanza e molto brevemente, è l’idea di “target”.
È una palese provocazione, un tentativo di svegliare le coscienze intorpidite. L’urlo finale non è altro che un ultimo tentativo di richiamare l’attenzione. L’idea che l’urlo fosse un urlo femminile riprende il concetto di vita espresso in precedenza. Come se fosse la vita, e non più soltanto UN uomo, a lanciare quell’urlo di disperazione.

Il video è disponibile su youtube.com:
http://www.youtube.com/watch?v=Tu3Z8kSC9C8
Target. (Il testo)

Squaderna.
È una questione di tatto.

La carta.
Trincee di futuro chiamato presente.

I libri.
Fabbriche d’armi di concetto.

Le idee.
Salvare la pelle col sangue d’inchiostro.

Le strategie.
Insegnare a fare il pane ai bambini.

Le battaglie.
Battere monete con l’effige di Latouche.

Le cicatrici.
Insert coin per il prossimo giro di vita.

L’elemosina d’oggi
Squaderna.

30 Maggio 2009

torre di babele

Archiviato in: musapapà — raffaeleniro @ 8:44 pm

con un gesto della mano

di quelli che si facevano una volta

ho disegnato un’arcata labiale

e progettato una campata condivisa

dalla terra sotto le mie unghie

dalla polvere sopra i tuoi sandali

 

io e te

con la benedizione dei sensi

siamo diventati un popolo

parliamo la stessa lingua

portiamo lo stesso nome:

noi

 

con le parole

amore, rispetto, fiducia,

mescolate alle parole

terra, polvere, sangue, sudore,

liquido seminale e mestruale

è un fucinare di mattoni

 

un voler costruire futuro

fatto solo di congiunzioni

una torre dove per salire

si scendono le scale

una babele di lingue

per ritrovarti tra mille rime

 

e baciarti in mezzo ai versi

ed a piccoli morsi perversi

fare pace, fare pane, fare pala-

tale e quale a quella volta

che ho incontrato la tua bocca

un po’ fiaba, un po’ filastrocca

 

21 Maggio 2009

FuturoINTERIORE – puntata n. 14

Archiviato in: FUTUROinteriore — raffaeleniro @ 3:50 pm

Oggi pensavo che sono tre mesi che ciondoli nella pancia di tua madre e ti s’inizia a vedere. Reclami spazio e Laila te lo procura. Se lei non avesse me, e già l’idea della mia morte, negli occhi, potrei giurare che non l’ho mai vista così viva. Vedrai che andrete d’accordo. Se ora nutrirti di sé la rende così bella non oso pensare cosa sarà quando ti avrà tra le braccia e poi sulle ginocchia e poi tra le dita e poi solo nei pensieri quando rivendicherai la tua maturità.

La prossima settimana sarò in grado di dirti se sarai maschio o femmina. L’ufficio per il mantenimento demografico dovrebbe comunicarcelo a breve. Lo so. Per te cambierà poco. Per me e per tua madre, invece, sarà una bella novità. Quest’ultima settimana non abbiamo discusso d’altro. Sai, fino ad ora pensavamo a te come ad un figlio. Punto. A breve tu, nostro figlio, sarai nostra figlia o nostro figlio. Tutta la differenza racchiusa in una vocale. Pensa te. Sei a quel bivio. Diventare una A o una O. Tutto il resto fino a figli_ è già fatto. L’hai già fatto. Più o meno. Tutto il tempo che ci separa dal nostro primo abbraccio ti servirà solo per aumentare le masse ed i volumi. Per definire i tratti. Il taglio degli occhi. I piedi. Le mani. La lingua. Insomma. La tua scrittura. Il modo come scriverti e farti leggere dal mondo.

 

Il modo come scriverti e farti leggere dal mondo. A pensarci è questo che siamo noi uomini o, se preferisci il modo nuovo di chiamarci, noi client. Io la parola “client” la odio. Ha annientato il significato vero della vita dell’uomo. Le parole. Cosa fanno le parole. Pensa. Tu avrai un nome e quel nome sarà una parola. E quella parola che sarà il tuo nome starà ad indicare te e solo te. La parola “client”, invece, mira ad annullare proprio l’unicità dell’uomo. Non vuole riconoscerti diverso, e dunque unico, rispetto agli altri uomini.

È questa la prima parola che ti lascio in eredità, figlio mio, la parola, ormai clandestina, “umanità” che non sta ad indicare solo “il genere umano”. La parola “umanità” intende la natura umana, ossia quello che siamo noi bipedi di carne ed ossa e sogni. E noi siamo una roba che potrebbe migliorare il mondo se solo coltivassimo quello che abbiamo di buono dentro.

Ora vado a baciare tua madre così che ti arrivi meglio l’idea.

 

Oasi 174517,
197° giorno dell’anno 2058

 

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Pubblicata su “Il Caffé” Maggio 2009

11 Maggio 2009

Fado (Re do sol) [concerto metasemantico in fa vertigine]

Archiviato in: musapapà — raffaeleniro @ 12:11 pm

 

 

la sol, mi fa re, do sol, si re | re mi fa, re mi sol, si, re fa | do si: sol fa re, la re, fa mi | fa do: la re mi fa, si, fa re | sol fa, mi, sol fa, si, sol fa, la | sol la mi, sol la do, sol la re | do sol la, do si mi, do sol mi | fa re, fa si, fa do, sol, mi re | do mi, do mi sol la, do mi sol si | fa si: fa re, fa re, fa do re | mi fa la, mi si do, mi sol re | re sol mi, re sol fa, re sol sol | do sol re, do sol mi, do sol si | do do sol, do do sol, mi mi do | do do sol, mi mi do, sol mi do | do sol, sol fa sol do sol, fa mi | re, fa re, fa re, fa re | fa mi: si, si, sol la mi fa re | l’a mo re è la su a vo ce | fa mi: si, si, sol la mi fa re | re, fa re, fa re, fa re | do sol, sol fa sol do sol, fa mi | do do sol, mi mi do, sol mi do | do do sol, do do sol, mi mi do | do sol re, do sol mi, do sol si | re sol mi, re sol fa, re sol sol | mi fa la, mi si do, mi sol re | fa si: fa re, fa re, fa do re | do mi, do mi sol la, do mi sol si | fa re, fa si, fa do, sol, mi re | do sol la, do si mi, do sol mi | sol la mi, sol la do, sol la re | sol fa, mi, sol fa, si, sol fa, la | fa do: la re mi fa, si, fa re | do si: sol fa re, la re, fa mi | re mi fa, re mi sol, si, re fa | la sol, mi fa re, do sol, si re |

4 Maggio 2009

FuturoINTERIORE – parte 13

Archiviato in: FUTUROinteriore — raffaeleniro @ 10:10 am

Le parole hanno un senso quando non vengono usate a sproposito. Il declino della società così come era strutturata prima di Terra & Co. è iniziato quando si sono affiancati gli aggettivi “necessaria” o, ad esempio, “preventiva” al sostantivo “guerra”. Quando alle automobili, mezzi di trasporto che utilizzavano combustibili fossili ed altamente inquinanti, sono stati attribuiti gli aggettivi “eccezionale” o “superlativa”.

Capisci?

Le parole hanno un senso fin quando quel senso non viene stravolto. Se quel senso viene stravolto possiamo tranquillamente fare a meno di esse ed utilizzare nuovamente suoni e disegni. La mia eredità, figlio mio, sarà questa. Un elenco di parole ed il loro significato vero. Non tutte, non ne ho il tempo. Ma quelle che tra tutte possono aiutarti a diventare un uomo virtuoso. Ricordalo, figlio mio, non avrò tempo di ripeterlo, le parole le devi trattare con rispetto. Lo meritano.

A proposito. Ti racconto un aneddoto legato alle parole ed alle stregonerie di tua madre. Per tutta la mia vita precedente a lei le parole, quelle importanti, le appuntavo a matita. Perché? Perché fermarle a penna sulla carta mi dava l’impressione d’incatenarle, di privarle della loro libertà. Mi piaceva l’idea che quando avevo finito di appuntarle e riponevo il supporto cartaceo, loro, le parole, si mescolassero, cercassero nuove intese, correggessero i miei errori. Insomma, che nonostante la mia presunzione d’onnipotenza umana, loro fossero libere di essere, di esistere, di rappresentare, di comunicare, a prescindere da me. Scriverle a matita mi alleggeriva la coscienza.

Ecco. Diciamo così.

Poi è arrivata tua madre e smack! Senza accorgermene ho dato una virata decisa al corso della mia vita. Dalle grandi alle piccole cose. Compreso il modo di appuntare le parole sui miei taccuini. Non più a matita, bensì a penna. Non che volessi mancare di rispetto alle parole, no, anzi. Solo che con tua madre ho avvertito per la prima volta nella vita l’esigenza di concretizzare i sogni. Avvertivo la necessità di fondazioni forti e robuste sulle quali costruire il futuro con lei.

Iniziare ad appuntare le parole a penna è stata la presa di coscienza di questo.

Il birotondino di tuo padre

Oasi 174517, 190° giorno dell’anno 2058

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pubblicata su “Il Caffé” aprile 2009

21 Aprile 2009

FuturoINTERIORE – parte 12

Archiviato in: FUTUROinteriore — raffaeleniro @ 11:58 am

Questo blog è sotto osservazione

 

l’Autorità di Controllo su segnalazione di GoogYah sta passando al setaccio questo blog.
L‘ipotesi di reato da riscontrare è l’uso di fantasia ad uso personale oltre a rintracciare legami ideologici con sette messe al bando dal nostro spett.le AD.
Reato già rilevato utilizzo di parole non autorizzate.

Si avvisano i client di passaggio che verranno identificati e sottoposti a controlli e verifiche per riscontrare legami illegali con il titolare di questo blog.

 

Ciao piccolo mio.
Finalmente posso tornare a scriverti. Il blog è stato esaminato parola per parola, segno interpuntivo per segno interpuntivo. Di più. Mi hanno riferito che è stato passato anche ai raggi di Enigma. Enigma è un decoder di segnali criptati. Sì, perché volendo quando scrivo “pane”, seguito da “carboidrati” in effetti potrei voler dire “questi dell’Autorità di Controllo sono dei cretini!”. Insomma cercavano robe del genere. Pensa te.
Io alle parole ci tengo. Le parole sono tra le cose più importanti che abbiamo. C’è stato un tempo, quando i client erano ancora uomini e quando gli uomini erano abbozzi di uomini, che gli uomini non utilizzavano parole per comunicare tra loro, ma solo suoni e disegni.
Capisci piccolo mio?!
Tutto questo groviglio di emozioni che mi porto dentro ora, ad un palmo dalla meraviglia che è tua madre, a pochi mesi dal miracolo della tua nascita ed alla sventura della mia morte, come farei a descrivertelo se non potessi usare le parole?!
Potrei emettere un lamento, ma sarebbe “da interpretare”, come i sogni.
Potrei disegnare. Ma non sono abile nel disegno. Se dovessi comunicare con i disegni e ti volessi comunicare che hai una madre meravigliosa, riuscirei a disegnare una donna, bruttina e sproporzionata, con un abbozzo di pancia. Tutto qui.
Le parole, invece, sono uno strumento di precisione per comunicare. E con le parole si riesce puntualmente a suonare e disegnare le sfumature.
Bacio. Bacino. Baciotto. Bacione. Bacetto. Baciaccio. Baciucolo. Baciottolo. E quante altre sfumature potrei indicarti ancora.
Ricorda, poltiglia di futuro,
le parole sono uno strumento di precisione!

il paroliere di tuo padre

Oasi 174517,
183° giorno dell’anno 2058

 

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pubblicato su “Il Caffé” di Marzo 2009

25 Marzo 2009

FuturoINTERIORE – parte 11

Archiviato in: FUTUROinteriore — raffaeleniro @ 3:35 pm

Eh sì, caro Ipsilon. Non potrai innamorarti. Consolati però sapendo che tu sei il frutto di un amore vero. Ero fermo ad un semaforo (roba d’altri tempi, di quando c’erano mezzi di trasporto che consumavano combustibili fossili) e di fianco a me arrivò lei che d’un tratto si frugò il naso. Io sorrisi. Dopo un quarto d’ora ci ritrovammo in una libreria (altro luogo che non esiste più) davanti allo stesso libro (anche i libri non esistono più, anzi, sto infrangendo la legge perché la parola “libro” è stata abolita). Un marziano a Roma. E così le chiesi se aveva voglia di frugarsi il naso davanti ad un camino di una casa di campagna, di curare l’orto, mentre io mi sarei occupato del giardino, di trivellare un pozzo e di leggermi “un marziano a Roma” quando avremmo atteso un figlio. Mi disse “sì” ed ora eccoci in tre. Ti dirò di più! Così capirai quanto è bizzarra la vita e quanto siano importanti i tempi. Tua madre prima d’incontrare me in quella libreria aveva avuto un unico amore. Un tale che è tutt’ora definito “l’Innominato”, che le aveva congelato il cuore per ere ed ere geologiche. Quel cuore ibernato se l’è portato in giro così, tant’è che il suo sorriso non era mai proporzionato all’emozione che viveva. Poi. Un tale, di cui so solo che portava un nome d’arcangelo, solo un mese prima di quel nostro giorno in libreria, aveva provato ad accenderle il fuoco dell’amore. Lei lo fraintese, pensava fosse eco del mare. E così il tale sparì dietro una nuvola, mentre io mi ritrovai a quel semaforo. Era rosso per fortuna. Poi dicono che il rosso era solo il colore dei comunisti (ah, anche i comunisti non esistono più, ma di questi non interessa più nulla a nessuno). Ricorda, piccolo ammasso di carne e sogni, il rosso è il colore della vita! l’anarchico di tuo padre

Oasi 174517,

176° giorno dell’anno 2058

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pubblicato su “Il Caffé” di febbraio 2009

25 Febbraio 2009

Cartoline dal Gargano (Levante Editore)

Archiviato in: recensioni — raffaeleniro @ 10:37 am

I cinque sensi: Tatto, Olfatto, Palato, Vista, Udito. Avete capito bene, gente, tra un po’ si viaggia con i cinque sensi. E, incredibile, ma vero, l’oggetto dei desideri è proprio quella cosa lì che avete sempre considerato di una noia mortale, un libro. Grande errore gente. Grande errore. I libri sono una sostanza stupefacente che una volta che ti entra in circolo esalta tutti i sensi e amen. Pace agli uomini di buona volontà. Di più. I neuroni, alla fine di una lettura, ringraziano, s’inchinano ed iniziano a farti muovere i piedi verso il tuo pusher di fiducia. Una libreria.

 

Passo uno. Entra in una libreria e chiedi “Cartoline dal Gargano” a cura di Sergio D’Amaro, Enrico Fraccacreta e Salvatore Ritrovato. Aggiungi: Levante editore. Il libraio ti squadra e dice: “poesia, eh?! Sei uno tosto e raffinato!” e di traverso, va a prenderti il tocco di libro.

Tu lo intravedi. Lo squadri. Poi lo tocchi. Chiudi gli occhi. Al tatto sembra un agrume.

 

Passo due. È un giro su te stesso. L’odore degli aranci ti entra nelle narici. Ma anche i limoni sono in fiore. Il Gargano ti è già nei polmoni e te resti stordito. È quello che cercavi.

 

Passo tre. Ti tuffi dalla copertina nelle pagine. Quello che trovi è una distesa di grano. L’acquolina esonda il palato. La pagina è liscia come l’olio. L’origano selvatico pizzica la lingua.

 

Passo quattro. Le parole sono zolle di terra. Arate ad arte. Aguzzi gli occhi. Quello che vedi non è il sole, un cielo sereno, le foglie mosse dal vento, due laghi, il mare, sassi e sudore, ma l’uomo. Da dentro.

 

Passo cinque. Senti le voci di Cristanziano Serricchio, Joseph Tusiani, Giovanni Scarale, Michele Coco, Emilio Coco, Cosma Siani, Lino Angiuli, Vincenzo Luciani, Francesco Granatiero, Sergio D’Amaro, Enrico Fraccacreta, Claudio Damiani e Salvatore Ritrovato. Ma poi realizzi che è solo l’eco dei passi delle tue origini.

 

Torni alla cassa. Paghi. 10 euro. Ed il viaggio è appena cominciato.

Ormai anche tu sei diventato un librodipendente. Ed il Gargano ti attende.

 

 

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Recensione di “Cartoline dal Gargano” a cura di Sergio D’Amaro, Enrico Fraccacreta e Salvatore Ritrovato – Levante Editore

9 Febbraio 2009

il mestiere di mettere in fila le parole

Archiviato in: racconti — raffaeleniro @ 1:28 pm

Poeta.

Non è che un giorno ti svegli e dici “papà, voglio fare il poeta!”.

Non è proprio come dire “papà, voglio fare il falegname, l’astronauta, il pensionato, il pompiere!”.

No. Non è che accade così.

Anche perché tuo padre t’avrebbe risposto “cazzo dici, figlio! Questo mondo non è fatto per i poeti! O diventi ladro o diventi avvocato. O tutte e due le cose senza fartene accorgere. Magari!”.

No. Non funziona proprio così.

Funziona che prendi i tuoi sensi e parlo di olfatto, palato, tatto, udito, vista, ci aggiungi un’anima innata dannatamente condannata alla malinconia, quella dolce che non t’avvelena mai, ma che crea dipendenza, proprio quella roba che ti condanna alla speranza, mescoli bene e ci nutri la coscienza.

 

S’inizia così.

Come inizia un politico non ancora ammaestrato, come inizia il suonatore Jones, come inizia il bombarolo, come inizia la costruzione di un amore.

E tu che sei una macchina fotografica, attraverso i tuoi filtri, i tuoi sensi, scatti foto.

S’inizia così. Per istinto di sopravivenza.

 

Inizia una mattina che mentre te ne vai in giro per le strade della tua città ti guardi attorno e cerchi di capire dove diavolo sei da anni. E perché. E ti chiedi che ruolo vuoi giocare. Il ladro? L’avvocato? O tutti e due?

Poi capisci che esistono altre strade. Capisci che puoi anche fare il ladro, puoi anche fare l’avvocato, ma tutto quello ti serve soltanto per ricaricare la tua tessera alimentare. Perché la macchina è molto più grande di te. E te sei misera cosa. E l’unica cosa buona che ti resta da fare è essere te stesso. Sempre e comunque. Costi quel che costi.

Mi volete ingranaggio?! Ok! Ma se permettete ingrano a modo mio.

La coscienza è la clitoride. L’anima ci gioca. I sensi sono attrezzi di lavoro, dell’amante. L’amante della vita.

È vero! Sì, è vero! A volte la coscienza e l’anima si scambiano i ruoli. Ma resta amore. E puoi farlo anche con un abbraccio. Puoi farlo anche con gli occhi. Puoi farlo con una pacca sulla spalla. O con una carezza. Puoi farlo facendo la spesa. Puoi farlo chiudendo un rubinetto mentre ti lavi i denti.  Puoi farlo comunque solo in un modo. Con rispetto. Rispetto per l’altro. Perché l’altro è sempre cosa delicata da maneggiare con cura. E l’amore puoi farlo anche dicendo all’altro “non voglio fare l’amore con te, io e te ci bastiamo da amici”. O ancora “ho una gran voglia di fare l’amore con te, ma rispetto le precedenze, mi metto in fila, attendo quel che c’è da attendere. Cinque minuti. Due settimane. Nove mesi. Sette anni. Una vita, o due”. Per non parlare di quello che fai con i fratelli e con le sorelle e t’importa una sega del legame di sangue, perché può anche non esserci, perché un fratello può essere anche chi fugge la morte e la trova ingoiando lamette e bulloni.

 

C’è poi qualcuno che l’amore lo fa anche con le parole. Più roba da autoerotismo. Roba da segaioli. Ma ce n’è e ce n’è tanti. I più bravi, e questi non sono mai loro stessi a dirlo, ad autodefinirsi tali, sono poeti.

 

Non è che lo decidi, di essere poeta. Lo diventi. E, per giunta, te lo fanno notare gli altri.

 

Ehi! Sai che sei un poeta?!

 

Ma dai! Cazzo dici?! Mi scappano troppi cazzi per essere poeta!

 

No, è che ci sai fare con le parole.

 

Ah, quello può essere. Riesco a metterle in fila. A farci collanine per quando andrai in Svezia. A farci diamanti che non potrò mai regalare alle mie donne. Certo, quello sì.

 

No, è che oltre a saperci fare con le parole, a metterle in fila, come dici tu, riesci anche a scuotere le coscienze, o le anime, o i cuori o le maniglie o quel che ti pare. Insomma, sei un terremoto.

 

Ah, dici quello?! Ma sai, quello non è proprio essere poeti. Quello è essere soprattutto se stessi, provare ad esserlo, almeno. È che ho una gran voglia di fare l’amore con te, di strusciarmi addosso al tuo mondo, di passare per le tue dita, di sapere attraverso il contatto con te, lettore, amante sconosciuto, che esisto e che sto facendo meglio che posso il mio mestiere di vivere.

 

Non si direbbe, poeta.

 

Lo so. A volte anche non voler fare l’amore è un modo per fare l’amore. Perché sei roba delicata. Lo sei tu. Lo sono io. E lo è chi ci circonda. Siamo tutti robe delicate messe in relazione da equilibri che si evolvono.

 

Sono un po’ confuso. Mi hai confuso. Credo d’aver capito, ma non ho capito bene.

 

Lo so. Non credere. È che sei finito in questa storia quasi per caso. Per gioco. Tutti siamo finiti in questa storia quasi per gioco. Il fatto è che le storie servono per il futuro. E tutti abbiamo una gran fame di storie. Ci nutriamo di storie, ma qualche volta ci dimentichiamo che la storia siamo noi. Questione di tempo.

Comunque.

Cinque minuti. Due settimane. Nove mesi. Sette anni. Una vita, o due.

 

 

 

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