C’era un nome, ed era anche un bel nome. Questo era di un gabbiano. Ma, se l’è perso tra il catrame di una spiaggia, se l’è perso tra le reti maleodoranti abbandonate dai pescatori negli angoli nascosti di ogni porto, se l’è perso tra i rifiuti di una discarica.
Una mattina di aprile. Librava sul braccio più lungo del molo accarezzato dal primo vento timidamente caldo. Si lasciava andare come l’aquilone di un bambino. Era appesantito da un pezzo di catrame che gli si era incollato alla zampetta sinistra. Ma non se ne importava. Gli piaceva sentire attraverso le sue piume quel sapore di libertà che lo faceva sentire libero. Libero. Libero di gustare anche qualcosa di più genuino delle briciole di un sacchetto di patatine abbandonato da un bambino portato per mano dal genitore durante la passeggiata della domenica mattina. Libero di non mettere virgole. E così scoprì che del nero a cui era abituato ne aveva abbastanza. Decise così di andare via, di abbandonare i suoi compagni al loro destino e che era giunto il momento di crearselo da sé, il suo. Destino. Il cuore gli si gonfiò di tristezza, ma fu un attimo. Sì. Un attimo. Fece un giro rapido sulla città che l’aveva ospitato, non era quella la sua meta. La sua meta era il cielo infinito. Le sue piume raccolsero il raccoglibile dai comignoli industriali, dagli scarichi delle auto, dalle parole degli uomini dei palazzi più alti e si avviò. Il pezzetto di catrame era ancora attaccato saldamente alla sua zampetta. Era felice. Finalmente. Era felice. E saliva. Le sue piume accoglievano il segreto di terre lontane racchiuso nei granelli leggeri provenienti da chissà quali deserti. Salire di quota l’affaticava, ma la sua fatica era compensata dalla felicità di vivere la sua libertà ogni metro che andava più in alto. Era sicuro che oltre le nuvole avrebbe trovato quello che i suoi occhi hanno sempre cercato. E saliva. Saliva. Cribbio se saliva, desiderare fa riesumare forze abbandonate tra i muscoli, tra i denti, negli occhi. E batteva le sue ali sempre più forte. L’aria era sempre più rarefatta. Ma era quasi arrivato alle prime nuvole, quelle più basse. Quelle nuvole che rubano i sogni ai bambini, quelle che rubano le idee ai poeti, quelle che fanno contenti i contadini. E con un ultimo sforzo ci arrivò. Le sue piume raccoglievano tutto quello che riuscivano a toccare, l’umidità faceva da collante. Quel pezzetto di catrame aveva capito che non sarebbe mai riuscito a far desistere il gabbiano dalla sua impresa. Si staccò senza neanche farsene accorgere. La felicità la faceva da maestra su di quelle nuvole. Le nuvole, era sulle nuvole. Le nuvole. Sembrano inconsistenti viste dal basso, invece. È dalle nuvole che parte ogni arcobaleno. E l’amore, quest’eterno sconosciuto, è la luce che è dentro ogni colore. L’arcobaleno. Le nuvole. Le sue piume erano cariche di vita, di luce, segreti della terra. Non era mai stato così ricco. Con quell’inestimabile tesoro che aveva raccolto poteva tranquillamente tornare indietro e diventare il re dei suoi compagni gabbiani, ma non era per questo che era lì. Il suo destino. Era lì per il suo destino che non era certo quello di un re. Si arrampicava ormai all’estremo delle forze. Imboccò corridoi che accoglievano i sogni degli uomini giusti e onesti. Le sue piume raccolsero anche questi. Il gabbiano, consumando l’ultima luce contenuta nei suoi occhi, fece in tempo a ritrovare il suo nome e a far ridere il suo cuore che gioioso come non mai scoppiò.
Le sue piume col loro carico prezioso vennero seminate nel cielo come solo una mano contadina esperta è capace di fare.
Una di quelle piume anni e anni fa fu raccolta da un bambino che passeggiando lungo il bagnasciuga andava a caccia di conchiglie. Trovò una piuma e la raccolse, le tolse di dosso la sabbia e la custodì con cura ed ora, sta attingendo, con quella stessa piuma, l’inchiostro sufficiente per dirvi che questa storia è finita.

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