Michele Quitadamo era seduto ad un tavolino del caffè centrale di Vieste, leggeva il giornale. Scorreva attraverso le lenti spesse le cronache sportive del giorno prima. In particolare era fermo da dieci minuti sulla partita Italia-Macondo giocata ieri. Lui l’aveva vista, ma voleva sapere cosa fosse successo. Aveva ordinato un bicchiere d’acqua non gasata con una scorza di limone ed era seduto a quel tavolino in attesa che le commesse aprissero i negozi. Era una cerimonia che per nulla al mondo si sarebbe perso. Il bicchiere era mezzo vuoto. La partita languiva a metà articolo. Il sole pizzicava. Il suo completo di lino bianco non aveva una grinza. Michele Quitadamo era morto da un pezzo, ma pagare il giornale la mattina lo faceva sentir vivo. Lo emozionava. Michele Quitadamo, nonostante tutto, una grande emozione l’aveva vissuta. Aveva più o meno nove anni ed era tornato dalla partita giocata alle spalle dello stadio, su una gettata d’asfalto che in seguito sarebbe diventata la stazione degli autobus delle Ferrovie del Gargano, persa dalla sua squadra solo di un gol. Un po’ curvo sulla parte dolorante aprì la porta del bagno, con l’intenzione di sciacquare il ginocchio sanguinante, e si trovò ad altezza occhi il culo tondo della sua tata, la comare Angelina.
Due tavolini più in là c’era la signora Alda, chiamata da tutti “la pazza”. Ma solo i ragazzini più vivaci avevano il coraggio di gridarglielo a non meno di dieci metri di distanza. Lei si scomponeva ben poco. Ogni mattina era intenta a catturare le emozioni delle coppie di passaggio che non so con quale arcano incantesimo riusciva a rendere sue. Era stata in manicomio la signora Alda e lì aveva appreso che vivere di emozioni proprie non veniva considerato molto salutare. Il suo dna non era d’accordo ed arrivò ad un compromesso: emozionarsi per le emozioni degli altri. Dopo anni di esperienza era riuscita a diventare un predatrice di emozioni niente male. Sapeva riconoscere in un batter di ciglia gli amori veri, quelli che non avevano bisogno di tante moine per sopravvivere da quelli che, per gioco forza, invece, erano fatui, menzogne alle proprie coscienze.
Ma di amori onesti c’è carestia, così, quella mattina, la signora Alda è stata catturata dalla danza di una foglia. Quando arrivò al suo tavolo lo spettacolo era già cominciato. La foglia volteggiava elegante ammaliata dal vento. Era rapita dalle sue parole mute così emozionanti, capaci di far respirare aria più leggera.
Quella foglia verso mezzogiorno decise di riposare tra le mani di una bambina dal sorriso gaio che era appena tornata dal mare. Sapeva che l’avrebbe riempita di coccole multiple. L’avrebbe custodita con cura fino a quando non avesse incontrato il frutto del suo amore, al quale l’avrebbe affidata. Viveva di emozioni grandi la piccola bimba gaia, così grandi che a volte era costretta a salir sopra le nuvole dando l’impressione di straniarsi dal mondo.
Della sua distrazione si accorse giusto in tempo il corriere della Daunia Express che doveva fare una consegna urgente al numero cinque di piazza Umanità. Sulla bolla cumulativa della giornata era segnato che la consegna non doveva avvenire più tardi delle tredici. La notte precedente la moglie si era sentita poco bene, la diagnosi dei medici recitava: carenza di emozioni. Lui sapeva bene come andasse parafrasata la diagnosi, ma tutto questo non gl’impedì di non frenare a due metri dalla piccola gaia e a dieci dal numero cinque di piazza Umanità alle ore dodici e quaranta.
Il pacco era indirizzato al signor Tusiani, un uomo sulla settantina, da tutti considerato un poeta, solo che a lui piaceva definirsi coreografo di parole. L’ultimo sorriso che sfornò il suo viso lo ricordavano solo i più anziani, e, di loro, solo un paio conoscevano la sua vera storia.
Il pacco fu consegnato alle dodici e quarantacinque. Il signor Tusiani, incuriosito, aprì velocemente il pacco di piccole dimensioni e abbastanza leggero, poiché alle tredici era sua abitudine, da oltre quindici anni, avviarsi verso l’ospedale per la dialisi. Fece un tonfo sulla poltrona. Erano lettere non spedite che coprivano un arco temporale di quarant’anni. Erano lettere non spedite della donna che portava nel cuore. Erano lettere non spedite che finalmente avevano raggiunto il loro destinatario. L’emozione fu forte. Emerse con tutta l’inesperienza di anni di inattività un sorriso sul suo viso. Le parole, solo per questa volta, si permisero di dirigere le sue lacrime lungo i solchi scavati dal tempo. Il signor Tusiani visse l’emozione che vale una vita. Il signor Tusiani, quel giorno, non si recò in ospedale per la dialisi. Le parole gli diedero l’ultimo commiato. Il corriere della Daunia Express verso le sedici si accorse di aver saltato una consegna in piazza Umanità al numero cinque, decise di tenersela per ultima e di eseguirla sulla strada del ritorno. Arrivò al citofono, vicino al mio tavolino del caffè centrale, verso le diciotto, col pensiero rivolto esclusivamente alla moglie. Suonò al campanello dello studio legale associato Coco & Tusiani. Rispose una voce seccatissima che minacciando lamentele per iscritto gli ricordava che quella consegna era attesa non più tardi delle tredici. Il corriere della Daunia Express eseguì rammaricato l’ultima consegna della giornata e mi mostrò, già seduto al posto di guida, uno sguardo affranto. Gli sorrisi garantendogli che quell’ultima sua emozione la doveva considerare condivisa con me.
Io vivo di emozioni. Le raccolgo, me le godo, cerco di arrivare alla fonte andando a ritroso lungo il percorso che le ha portate al mio centro emozionale. Ogni giorno ne vivo tante, a volte anche più di una contemporaneamente. Quando mi capita di restare senza parole il più delle volte dipende da questo, dal fatto che le emozioni arrivano multiple e me le coccolo e me le studio. Eppure vi vorrei raccontare di quell’emozione che ancora non vivo. Quella pura. Quella che dopo averla vissuta puoi dire: ora posso anche morire. Ma non posso, mi tocca ancora viverla.
Mi accontenterei anche delle briciole del Gargano Magico.