Poeta.
Non è che un giorno ti svegli e dici “papà, voglio fare il poeta!”.
Non è proprio come dire “papà, voglio fare il falegname, l’astronauta, il pensionato, il pompiere!”.
No. Non è che accade così.
Anche perché tuo padre t’avrebbe risposto “cazzo dici, figlio! Questo mondo non è fatto per i poeti! O diventi ladro o diventi avvocato. O tutte e due le cose senza fartene accorgere. Magari!”.
No. Non funziona proprio così.
Funziona che prendi i tuoi sensi e parlo di olfatto, palato, tatto, udito, vista, ci aggiungi un’anima innata dannatamente condannata alla malinconia, quella dolce che non t’avvelena mai, ma che crea dipendenza, proprio quella roba che ti condanna alla speranza, mescoli bene e ci nutri la coscienza.
S’inizia così.
Come inizia un politico non ancora ammaestrato, come inizia il suonatore Jones, come inizia il bombarolo, come inizia la costruzione di un amore.
E tu che sei una macchina fotografica, attraverso i tuoi filtri, i tuoi sensi, scatti foto.
S’inizia così. Per istinto di sopravivenza.
Inizia una mattina che mentre te ne vai in giro per le strade della tua città ti guardi attorno e cerchi di capire dove diavolo sei da anni. E perché. E ti chiedi che ruolo vuoi giocare. Il ladro? L’avvocato? O tutti e due?
Poi capisci che esistono altre strade. Capisci che puoi anche fare il ladro, puoi anche fare l’avvocato, ma tutto quello ti serve soltanto per ricaricare la tua tessera alimentare. Perché la macchina è molto più grande di te. E te sei misera cosa. E l’unica cosa buona che ti resta da fare è essere te stesso. Sempre e comunque. Costi quel che costi.
Mi volete ingranaggio?! Ok! Ma se permettete ingrano a modo mio.
La coscienza è la clitoride. L’anima ci gioca. I sensi sono attrezzi di lavoro, dell’amante. L’amante della vita.
È vero! Sì, è vero! A volte la coscienza e l’anima si scambiano i ruoli. Ma resta amore. E puoi farlo anche con un abbraccio. Puoi farlo anche con gli occhi. Puoi farlo con una pacca sulla spalla. O con una carezza. Puoi farlo facendo la spesa. Puoi farlo chiudendo un rubinetto mentre ti lavi i denti. Puoi farlo comunque solo in un modo. Con rispetto. Rispetto per l’altro. Perché l’altro è sempre cosa delicata da maneggiare con cura. E l’amore puoi farlo anche dicendo all’altro “non voglio fare l’amore con te, io e te ci bastiamo da amici”. O ancora “ho una gran voglia di fare l’amore con te, ma rispetto le precedenze, mi metto in fila, attendo quel che c’è da attendere. Cinque minuti. Due settimane. Nove mesi. Sette anni. Una vita, o due”. Per non parlare di quello che fai con i fratelli e con le sorelle e t’importa una sega del legame di sangue, perché può anche non esserci, perché un fratello può essere anche chi fugge la morte e la trova ingoiando lamette e bulloni.
C’è poi qualcuno che l’amore lo fa anche con le parole. Più roba da autoerotismo. Roba da segaioli. Ma ce n’è e ce n’è tanti. I più bravi, e questi non sono mai loro stessi a dirlo, ad autodefinirsi tali, sono poeti.
Non è che lo decidi, di essere poeta. Lo diventi. E, per giunta, te lo fanno notare gli altri.
Ehi! Sai che sei un poeta?!
Ma dai! Cazzo dici?! Mi scappano troppi cazzi per essere poeta!
No, è che ci sai fare con le parole.
Ah, quello può essere. Riesco a metterle in fila. A farci collanine per quando andrai in Svezia. A farci diamanti che non potrò mai regalare alle mie donne. Certo, quello sì.
No, è che oltre a saperci fare con le parole, a metterle in fila, come dici tu, riesci anche a scuotere le coscienze, o le anime, o i cuori o le maniglie o quel che ti pare. Insomma, sei un terremoto.
Ah, dici quello?! Ma sai, quello non è proprio essere poeti. Quello è essere soprattutto se stessi, provare ad esserlo, almeno. È che ho una gran voglia di fare l’amore con te, di strusciarmi addosso al tuo mondo, di passare per le tue dita, di sapere attraverso il contatto con te, lettore, amante sconosciuto, che esisto e che sto facendo meglio che posso il mio mestiere di vivere.
Non si direbbe, poeta.
Lo so. A volte anche non voler fare l’amore è un modo per fare l’amore. Perché sei roba delicata. Lo sei tu. Lo sono io. E lo è chi ci circonda. Siamo tutti robe delicate messe in relazione da equilibri che si evolvono.
Sono un po’ confuso. Mi hai confuso. Credo d’aver capito, ma non ho capito bene.
Lo so. Non credere. È che sei finito in questa storia quasi per caso. Per gioco. Tutti siamo finiti in questa storia quasi per gioco. Il fatto è che le storie servono per il futuro. E tutti abbiamo una gran fame di storie. Ci nutriamo di storie, ma qualche volta ci dimentichiamo che la storia siamo noi. Questione di tempo.
Comunque.
Cinque minuti. Due settimane. Nove mesi. Sette anni. Una vita, o due.
2 Commenti
di getto, dopo aver letto questa roba qui:
http://lachiarina.iobloggo.com/archive.php?eid=113
…già.
…poeta.
c.