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Immagina. Hai quattro anni e sei spaparanzata su un’amaca. Dovresti essere immobile perché tua madre ti ha dipinta. Ha deciso così e lo ha fatto. Hai i capelli lunghi e raccolti in una coda, occhioni marroni ed un sorriso a mezzaluna. Indossi un pantalone blu ed una maglia a righe orizzontali sottili sottili di tanti colori. Hai l’arcobaleno addosso. Ha appeso il tuo quadro nel corridoio, vicino l’ingresso. Per salutarti tutte le volte che si entra e si esce di casa.
Ieri però è capitata una cosa strana. Ieri mattina, mentre stavo uscendo per andare a lavoro, ti ho salutata, come ti ho salutata nei giorni precedenti, ed una voce da bambina mi ha risposto. Ciao papà. Mi è corso un brivido lungo la schiena. Mi sono immobilizzato davanti la porta. Mi sono voltato lentamente verso di te, verso il quadro, e tu mi sorridevi e mi salutavi con la manina. Così ho chiuso gli occhi ed ho contato fino a dieci cercando d’infilare il terrore dentro le scarpe. Arrivato a dieci era ancora nella pancia così tenendo ancora gli occhi chiusi ho continuato a contare fino a quando non s’è infilato bene bene nei calzini. Duemilacentotrentacinque. Per sicurezza sono arrivato fino a duemilacentocinquanta. Ho aperto gli occhi e tu eri ferma immobile nel tuo quadro. Solo che eri voltata di spalle. Nel quadro eri voltata di spalle. Capisci? Tua madre ti aveva dipinto sorridente ed io ti vedevo di spalle. Ho spento il cervello, ho infilato la porta e sono andato a lavoro. Per tutto il giorno non ho fatto che pensare a quel dannato quadro. Non vedevo l’ora di terminare il mio ciclo di lavoro per tornare a casa, ma allo stesso tempo avvertivo un’inquietudine pazzesca. Il cervello l’ho tenuto per tutto il tempo in modalità only work. Infatti quando sono arrivato davanti la porta di casa, riattivando la modalità only home mi sono arrivati centinaia di messaggi telepatici di tua madre che iniziava ad essere preoccupata. Ho aperto la porta di casa e di nuovo una voce di bambina mi salutava. Bentornato papà. Nel quadro correvi a destra ed a manca cercando un varco tra le grate. Mi hai messo in gabbia, papà. Perché? Liberami. Liberami. Non facevi altro che gridare liberami.
Perché ho sognato questo sogno, cara Ypsilon? Sai che i sogni sono illegali? Se mi scoprono potrei terminare ancora prima del previsto il mio ciclo vitale. Ma chi se ne importa, figlia mia. Chi se ne importa. Chissà se già potresti sognare lì, ancora nel grembo di tua madre. E chissà cosa potresti sognare mai tu che il mondo ancora non lo hai visto. Ma ho deciso, in barba a tutti i decreti di AD, questa volta ti regalerò la parola sogno perché sento, nella punta dei piedi, che i sogni muovono passi.

Ti regalo la mia prima passeggiata inquieta, ma libera, cara Ypsilon.

Il sognatore di tuo padre.

Oasi 174517,
211° giorno dell’anno 2058

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pubblicata su “Il Caffé” di luglio/agosto 2009

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Ciao Ypsilon,

durante questa settimana sono accadute cose da pazzi. Io ho cambiato sesso. Tua madre è diventata una bambina. Siamo stati adottati da due nonnini ottantenni usciti fuori catalogo. Il sole è stato sospeso nel cielo per sette giorni e sette notti. La luna dalla rabbia è diventata nera. L’AD, l’Amministratore Delegato di Terra & Co. è andato di matto ed ha convertito tutte le produzioni in laboratori di poesia. Sì, hai capito bene. Poesia. Tutti i client, istintivamente, hanno iniziato a fare scorte di pilloline di pasta asciutta e di bistecche di maiale. Il deserto che circondava la nostra Oasi è sprofondato sotto ondate schiumose di acqua. Al minuto milleventiquattro di oggi ho pensato di fermare il tempo ed il tempo si è fermato. Così. D’incanto. Io, capisci, ho fermato il tempo. Così poi ho pensato che magari riuscivo a fare anche altro, con la sola forza dei desideri. Ci ho provato. Così ho desiderato che tutto tornasse al posto suo. E così è stato. Io sono tornato maschio. Tua madre è tornata adulta. La parola nonni è stata cancellata da tutti i file. Il sole è tornato ad inseguire la luna. La luna s’è fatta rossa dall’emozione. L’AD ha decretato che si aumentasse la produzione di pilloline di pasta asciutta e di bistecche mantenendo fisso il numero di ore lavorate. Il deserto che circonda la nostra Oasi ha continuato ad avanzare inesorabile bevendosi il mare. Al minuto milleventiquattro, dopo sessanta secondi è succeduto il minuto milleventicinque. Tua madre entra di corsa nei miei pensieri e mi dice che l’Ufficio per il mantenimento demografico le ha comunicato che sarai una femminuccia. Ypsilon. Sarai una donna. Custodirai il segreto della vita. E lo tramanderai. Avrai modo di sviscerare il motore della vita. Tu potrai provare a capirne il mistero. Indaga, piccola. Diventa detective. Fatti spia. E quando l’avrai carpito tienitelo per te e tramandalo, solamente. Dal canto mio ti posso dire che ho intuito che il segreto della vita sta nell’amore. Ed è questa la parola che ti dono questa volta. Sarai una femminuccia. Sarai donna. E dell’amore non ti devo dire niente. Anzi. Se dovessi essere ancora vivo quando nascerai, insegnamelo. Mi servirà per morire meglio.

 

Ora vado ad alfabetizzarmi da tua madre,

il tuo primo alunno.

 

Oasi 174517,
204° giorno dell’anno 2058

 

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pubblicato su “Il Caffé” giugno 2009

Oggi pensavo che sono tre mesi che ciondoli nella pancia di tua madre e ti s’inizia a vedere. Reclami spazio e Laila te lo procura. Se lei non avesse me, e già l’idea della mia morte, negli occhi, potrei giurare che non l’ho mai vista così viva. Vedrai che andrete d’accordo. Se ora nutrirti di sé la rende così bella non oso pensare cosa sarà quando ti avrà tra le braccia e poi sulle ginocchia e poi tra le dita e poi solo nei pensieri quando rivendicherai la tua maturità.

La prossima settimana sarò in grado di dirti se sarai maschio o femmina. L’ufficio per il mantenimento demografico dovrebbe comunicarcelo a breve. Lo so. Per te cambierà poco. Per me e per tua madre, invece, sarà una bella novità. Quest’ultima settimana non abbiamo discusso d’altro. Sai, fino ad ora pensavamo a te come ad un figlio. Punto. A breve tu, nostro figlio, sarai nostra figlia o nostro figlio. Tutta la differenza racchiusa in una vocale. Pensa te. Sei a quel bivio. Diventare una A o una O. Tutto il resto fino a figli_ è già fatto. L’hai già fatto. Più o meno. Tutto il tempo che ci separa dal nostro primo abbraccio ti servirà solo per aumentare le masse ed i volumi. Per definire i tratti. Il taglio degli occhi. I piedi. Le mani. La lingua. Insomma. La tua scrittura. Il modo come scriverti e farti leggere dal mondo.

 

Il modo come scriverti e farti leggere dal mondo. A pensarci è questo che siamo noi uomini o, se preferisci il modo nuovo di chiamarci, noi client. Io la parola “client” la odio. Ha annientato il significato vero della vita dell’uomo. Le parole. Cosa fanno le parole. Pensa. Tu avrai un nome e quel nome sarà una parola. E quella parola che sarà il tuo nome starà ad indicare te e solo te. La parola “client”, invece, mira ad annullare proprio l’unicità dell’uomo. Non vuole riconoscerti diverso, e dunque unico, rispetto agli altri uomini.

È questa la prima parola che ti lascio in eredità, figlio mio, la parola, ormai clandestina, “umanità” che non sta ad indicare solo “il genere umano”. La parola “umanità” intende la natura umana, ossia quello che siamo noi bipedi di carne ed ossa e sogni. E noi siamo una roba che potrebbe migliorare il mondo se solo coltivassimo quello che abbiamo di buono dentro.

Ora vado a baciare tua madre così che ti arrivi meglio l’idea.

 

Oasi 174517,
197° giorno dell’anno 2058

 

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Pubblicata su “Il Caffé” Maggio 2009

Le parole hanno un senso quando non vengono usate a sproposito. Il declino della società così come era strutturata prima di Terra & Co. è iniziato quando si sono affiancati gli aggettivi “necessaria” o, ad esempio, “preventiva” al sostantivo “guerra”. Quando alle automobili, mezzi di trasporto che utilizzavano combustibili fossili ed altamente inquinanti, sono stati attribuiti gli aggettivi “eccezionale” o “superlativa”.

Capisci?

Le parole hanno un senso fin quando quel senso non viene stravolto. Se quel senso viene stravolto possiamo tranquillamente fare a meno di esse ed utilizzare nuovamente suoni e disegni. La mia eredità, figlio mio, sarà questa. Un elenco di parole ed il loro significato vero. Non tutte, non ne ho il tempo. Ma quelle che tra tutte possono aiutarti a diventare un uomo virtuoso. Ricordalo, figlio mio, non avrò tempo di ripeterlo, le parole le devi trattare con rispetto. Lo meritano.

A proposito. Ti racconto un aneddoto legato alle parole ed alle stregonerie di tua madre. Per tutta la mia vita precedente a lei le parole, quelle importanti, le appuntavo a matita. Perché? Perché fermarle a penna sulla carta mi dava l’impressione d’incatenarle, di privarle della loro libertà. Mi piaceva l’idea che quando avevo finito di appuntarle e riponevo il supporto cartaceo, loro, le parole, si mescolassero, cercassero nuove intese, correggessero i miei errori. Insomma, che nonostante la mia presunzione d’onnipotenza umana, loro fossero libere di essere, di esistere, di rappresentare, di comunicare, a prescindere da me. Scriverle a matita mi alleggeriva la coscienza.

Ecco. Diciamo così.

Poi è arrivata tua madre e smack! Senza accorgermene ho dato una virata decisa al corso della mia vita. Dalle grandi alle piccole cose. Compreso il modo di appuntare le parole sui miei taccuini. Non più a matita, bensì a penna. Non che volessi mancare di rispetto alle parole, no, anzi. Solo che con tua madre ho avvertito per la prima volta nella vita l’esigenza di concretizzare i sogni. Avvertivo la necessità di fondazioni forti e robuste sulle quali costruire il futuro con lei.

Iniziare ad appuntare le parole a penna è stata la presa di coscienza di questo.

Il birotondino di tuo padre

Oasi 174517, 190° giorno dell’anno 2058

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pubblicata su “Il Caffé” aprile 2009

Questo blog è sotto osservazione

 

l’Autorità di Controllo su segnalazione di GoogYah sta passando al setaccio questo blog.
L‘ipotesi di reato da riscontrare è l’uso di fantasia ad uso personale oltre a rintracciare legami ideologici con sette messe al bando dal nostro spett.le AD.
Reato già rilevato utilizzo di parole non autorizzate.

Si avvisano i client di passaggio che verranno identificati e sottoposti a controlli e verifiche per riscontrare legami illegali con il titolare di questo blog.

 

Ciao piccolo mio.
Finalmente posso tornare a scriverti. Il blog è stato esaminato parola per parola, segno interpuntivo per segno interpuntivo. Di più. Mi hanno riferito che è stato passato anche ai raggi di Enigma. Enigma è un decoder di segnali criptati. Sì, perché volendo quando scrivo “pane”, seguito da “carboidrati” in effetti potrei voler dire “questi dell’Autorità di Controllo sono dei cretini!”. Insomma cercavano robe del genere. Pensa te.
Io alle parole ci tengo. Le parole sono tra le cose più importanti che abbiamo. C’è stato un tempo, quando i client erano ancora uomini e quando gli uomini erano abbozzi di uomini, che gli uomini non utilizzavano parole per comunicare tra loro, ma solo suoni e disegni.
Capisci piccolo mio?!
Tutto questo groviglio di emozioni che mi porto dentro ora, ad un palmo dalla meraviglia che è tua madre, a pochi mesi dal miracolo della tua nascita ed alla sventura della mia morte, come farei a descrivertelo se non potessi usare le parole?!
Potrei emettere un lamento, ma sarebbe “da interpretare”, come i sogni.
Potrei disegnare. Ma non sono abile nel disegno. Se dovessi comunicare con i disegni e ti volessi comunicare che hai una madre meravigliosa, riuscirei a disegnare una donna, bruttina e sproporzionata, con un abbozzo di pancia. Tutto qui.
Le parole, invece, sono uno strumento di precisione per comunicare. E con le parole si riesce puntualmente a suonare e disegnare le sfumature.
Bacio. Bacino. Baciotto. Bacione. Bacetto. Baciaccio. Baciucolo. Baciottolo. E quante altre sfumature potrei indicarti ancora.
Ricorda, poltiglia di futuro,
le parole sono uno strumento di precisione!

il paroliere di tuo padre

Oasi 174517,
183° giorno dell’anno 2058

 

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pubblicato su “Il Caffé” di Marzo 2009

Eh sì, caro Ipsilon. Non potrai innamorarti. Consolati però sapendo che tu sei il frutto di un amore vero. Ero fermo ad un semaforo (roba d’altri tempi, di quando c’erano mezzi di trasporto che consumavano combustibili fossili) e di fianco a me arrivò lei che d’un tratto si frugò il naso. Io sorrisi. Dopo un quarto d’ora ci ritrovammo in una libreria (altro luogo che non esiste più) davanti allo stesso libro (anche i libri non esistono più, anzi, sto infrangendo la legge perché la parola “libro” è stata abolita). Un marziano a Roma. E così le chiesi se aveva voglia di frugarsi il naso davanti ad un camino di una casa di campagna, di curare l’orto, mentre io mi sarei occupato del giardino, di trivellare un pozzo e di leggermi “un marziano a Roma” quando avremmo atteso un figlio. Mi disse “sì” ed ora eccoci in tre. Ti dirò di più! Così capirai quanto è bizzarra la vita e quanto siano importanti i tempi. Tua madre prima d’incontrare me in quella libreria aveva avuto un unico amore. Un tale che è tutt’ora definito “l’Innominato”, che le aveva congelato il cuore per ere ed ere geologiche. Quel cuore ibernato se l’è portato in giro così, tant’è che il suo sorriso non era mai proporzionato all’emozione che viveva. Poi. Un tale, di cui so solo che portava un nome d’arcangelo, solo un mese prima di quel nostro giorno in libreria, aveva provato ad accenderle il fuoco dell’amore. Lei lo fraintese, pensava fosse eco del mare. E così il tale sparì dietro una nuvola, mentre io mi ritrovai a quel semaforo. Era rosso per fortuna. Poi dicono che il rosso era solo il colore dei comunisti (ah, anche i comunisti non esistono più, ma di questi non interessa più nulla a nessuno). Ricorda, piccolo ammasso di carne e sogni, il rosso è il colore della vita! l’anarchico di tuo padre

Oasi 174517,

176° giorno dell’anno 2058

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pubblicato su “Il Caffé” di febbraio 2009

Ciao piccolo, spero che almeno tu stia bene.
Quest’anno, che sembra iniziato da poco, sarà spettatore del cambiamento di molte vite. Cambiamenti radicali, in molti casi.
Sarà che sono state abolite per decreto dell’AD le mezze stagioni, sarà che l’inverno, prima o poi, si mangerà tutto. Sarà che tua madre mi preoccupa.

È triste e tu lo sai! Ed è scontrosa. Credo non riesca a perdonarmi il fatto che tra circa sei mesi morirò e la lascerò sola, con te appena sbocciato. Non che io salti di gioia, ma stranamente sono sereno. Morire non mi spaventa.

Ho visto il mondo quando valeva la pena vederlo. Ho vissuto quando un essere umano era considerato un uomo e non un client. Sono stato pizzicato dal sole quando era ancora sano e sono stato rinfrescato dall’acqua quando ancora la si trovava in natura.


Ho avuto la possibilità di innamorarmi di tua madre. Ah, piccolo ammasso di carne e sogni, cosa ti verrà negato!
È meglio che tu lo sappia da subito, a te sarà negato d’innamorarti. Non so dirti se giustamente o meno. Sai, quando eravamo uomini ne facevamo di casini. Non puoi immaginare quanti amori “eterni” si sono sciolti nelle aule dei tribunali! Tutta questa attività giudiziaria è stata considerata uno spreco di risorse e così l’AD, appena poté, decretò la formulazione delle coppie atraverso l’Agenzia di Accoppiamento. In sostanza quest’Agenzia è in possesso di tutti i nostri dati sensibili, compresi i database “Esperienze” e “Ricordi”, che elabora per stilare le Graduatorie dell’Affinità di Coppia. Et voilà! I client vengono avvisati telepaticamente. Gli si fissa un incontro moderato da personale specializzato e poi, al ventunesimo compleanno del maggiore dei due si fanno sposare. Vengono seguiti per un po’ da un tutor di coppia che li abbandona al loro destino appena saranno maturi per riprodursi.
Ti guarderanno per bene anche i denti e l’ano, piccolo ammasso di carne e sogni, capito?!
Mio padre, tuo nonno, ci raccontava che questa prassi era comune durante le fiere del bestiame. Ora di animali non ce ne sono più, perché estinti, e noi non ridiamo più come allora.

Sorrydi, Ipsilon, sorrydi.

 

Oasi 174517,
169° giorno dell’anno 2058

Piccola palla di carne e sogni, come stai?! È tuo padre che parla. Hai presente?!

Tua madre oggi non è stata molto bene. Era triste. Ma te ne sarai accorto, no?!
Non startene solo lì a ciucciare linfa vitale a sbafo, dai una mano, contribuisci al benessere di entrambi!
Devi starle vicino quando non ci sarò. Anzi, dovresti farle anche un po’ di solletico. Vedrai che sulle prime farà strane smorfie antipatiche, ma poi ti stropiccerà di baci e ti sazierà di risate.

Sai, tua madre è un corso d’acqua. Ed i corsi d’acqua sono la cosa più bella del mondo. I corsi d’acqua sono la vita, te ne accorgerai. Ce ne sono alcuni che dal monte scendono a valle. E sono i più. Qualcuno di questi, poi, a un certo punto scompare giù giù nel ventre della terra e la solletica da dentro. (Ecco, te saresti uno di questi corsi d’acqua, per esempio). Poi magari, all’improvviso, rispuntano in superficie, e danno mostra di sé. Te però mi raccomando, se non piangi e la fai dormire di notte, ti vorrà bene uguale, quindi niente esibizionismo, ok?!

Tua madre, invece, è un corso d’acqua prezioso, raro. Lei è un corso d’acqua dolce nel mare. H2o l’uno ed h2o l’altro, ma. Lei è così! Riesce a distinguersi sempre, anche solo per un gesto, una parola. Una parola sola! Convinta delle sue ragioni continua la sua strada imperterrita, nonostante te che stai a decantarle le glorie del mare. Niente! Lei non vuole imparare a nuotare. Tutt’al più ci cammina sopra, o dentro.
Questa è tua madre! E tienitela stretta perché è una gioia vera. Te, poi, non dovrai faticare come ho fatto io per entrare nelle sue grazie. Gran fortuna la tua!! Sentirai che spasso. Con me che diceva che la sua linea dell’amore era un vicolo cieco, al massimo una scala a chiocciola! Milletrecentoventotto gradini e non ti dico i capogiri!

Sai Ipsilon, a stare qui a parlare di lei ad un palmo di naso da lei, mi è venuta voglia di svegliarla e di ballare con lei. Ora a il viso più sereno, più rilassato, meglio che me ne sto un po’ in disparte. Il suo sorriso gliel’ho rubato io e tutta questa storia del miocardio.

Ricorda, piccolo ammasso di carne e sogni,
solletica appena puoi il corso d’acqua più testardo del mondo!

L’assetato di tuo padre

 

Oasi 174517,
162°
giorno dell’anno 2058

(pubblicata su “Il Caffé” di dicembre 2008)

Caro Ipsilon,
tua madre dorme, esausta. Sembra una conchiglia di mare quando dorme. Sono ad un palmo dal ventre di tua madre. Mi senti?
Sai Ipsilon, ho da dirti delle cose importanti e preferisco farlo ora che tua madre dorme.
L’ultima volta che ti scrissi ero nella confusione dell’ospedale. Dopo il mio svenimento, dovuto alla sventola di tua madre, mi ricoverarono e mi fecero una serie di accertamenti. I medici dicono che sono malato di cancro all’alluce del piede destro, al mignolo della mano destra, alla radice più profonda di un incisivo e dei due molari destri, al padiglione auricolare destro, all’ombra e, soprattutto, al miocardio. Mi hanno dato sei mesi di vita.
Capito Ipsilon?! La mia parte destra sta remando contro e purtroppo corriamo il rischio di non incontrarci mai.

Tua madre si è mossa e te sei quasi un nodo ben visibile nel suo corpo. Quel nodo, ti anticipo, non lo scioglierete mai, anche quando vi sembrerà di averlo sciolto.
Sai Ipsilon, morire prima della mia data di scadenza naturale, tutto sommato, non mi sconquassa se non fosse per le mani di tua madre, per il suo sorriso e per te.
Nonostante le sue mani siano calate in chissà quale pasta, le sento sempre intrecciate alle mie! No piccolo, non sono pazzo e capirai queste mie parole già dai primi giorni che vivrai con presa di coscienza. La carezza di tua madre, anche quando sarà lontana, l’avvertirai comunque.

Sarà una fortuna averla accanto. È una donna che della sua fragilità ha fatto la sua forza. È una donna capace di avvertire un’emozione prima ancora che nasca e poi capacissima di perdersi in quella meraviglia. Ti proteggerà che ti sembrerà di essere solo ed indifeso. E ti coccolerà che ti sembrerà di essere autonomo ed indipendente.

Io mi auguro solo di vedere i tuoi occhi prima di andare e sapere che li hai presi da lei e che affronterai la vita con il suo stesso entusiasmo. Quello che posso darti io te lo lascerò in eredità prima di andare. La parte migliore di me sono le parole.

A presto piccolo ammasso di noi,
tuo padre, il paroliere.

Oasi 174517,
155°
giorno dell’anno 2058

Ciao Ipsilon,
questi sono stati giorni così intensi e densi che mi hanno creato un po’ di scompensi. Davvero è passata solo una settimana dall’ultima volta che ti ho scritto? Sembra quasi impossibile che sia passato così poco tempo dall’editto! Sì, l’Editto, quello con la “E” maiuscola. Quel maledetto Editto dell’AD
(l’Amministratore Delegato di Terra & Co.) su dio. Tua madre svenne e poi litigò per ore con la scienza di turno.

Piccolo mio. Ho le idee confuse, perdonami. Tutta una nebbia attorno invece del solito zucchero filato. Poco fa ho sognato una farfalla vivacissima che volava e si posava sul mio naso. Provava a guardarmi con i suoi occhietti miopi e poi, dopo una smorfia dispettosa, dopo un batter d’ali, via! È volata via.

Mio padre, tuo nonno, diceva che ai suoi tempi le farfalle era facile incrociarle lungo il cammino dei giorni consueti. Lui s’era accorto che la Terra era diventata intollerante all’uomo proprio quando le farfalle quasi si estinsero.
Aveva le lacrime agli occhi quando parlava delle farfalle. Ma forse ancor di più quando mi raccontava di quel capolavoro della natura che doveva essere l’ippocampo, il cavalluccio di mare, come lo chiamava lui. Dice che era di una simmetria artistica, di una perfezione metafisica. Nobile e bello nella testa, forte e robusto nel corpo, magico e fantastico nel ricciolo vezzoso. Diceva sempre che il suo sogno di bambino era quello di diventare piccolo piccolo e cavalcarne uno e combattere, così, i mulini ad acqua.

Ipsilon, vaneggio. È che tua madre, nella foga, il giorno dell’Editto su dio, mi ha dato una sventola che mi ha steso k.o. ed ora sono qui in questo ramo d’ospedale insieme ai religiosi in crisi d’astinenza da dio e non ho capito come ci sono finito e perché.

Ipsilon, la farfalla di prima, però, mi sembrava quasi vera e la sua danza una dolce trama d’un canto d’altri tempi.

Notte piccolo,
il visionario di tuo padre, cavaliere d’ippocampo, ora fila un filo zuccherino alla farfalla dispettosa.

Oasi 174517,
141°
giorno dell’anno 2058