parte I – Il rinoceronte e via dicendo
-Cristo Santo!
All’imprecazione, figlia della rabbia, che ti percuote tutto, quando avverti un senso di impotenza, una signora impellicciata che portava a spasso il suo bassotto si voltò e mi fissò dritto negli occhi con uno sguardo che dal filtro degli occhiali da sole era ben bilanciato tra il sacro ed il profano. Imbarazzato della situazione venutasi a creare, subito chiesi perdono a Dio, dimenticandomi di essere ateo. Comunque, a quanto pare la cosa funzionò, infatti la signora, forse rassicurata dal fatto che non aveva appena avuto a che fare con un miscredente, mutò quello sguardo da inquisitore in un sorriso di sufficienza e continuò la sua nobile passeggiata.
I miei occhi furono attratti da quel sedere così grosso, che nonostante la pelliccia calibrata, era molto aderente a quegli animaletti morti e il suo ancheggiare mi rievocava alcuni documentari del mitico Mondo di Quark sui rinoceronte. Quando fu ben distante mi spensi dal ricordare la fatica dei pachidermi durante l’accoppiamento e con molta flemma e sangue freddo misi mani al motore. Dopo aver controllato quelle poche cose di cui ne capisco mi ricordai dello spinterogeno maledetto. Ricollegai ben benino un filo che da solo vorrebbe farmi smaltire quel centimetro di grasso superfluo che ho lasciandomi spesso a piedi. Mi rimisi dentro e provai a mettere in moto, ma niente, proprio niente e il sole già era in fase discendente.
-Al diavolo!
A quel punto con la puntualità di un orologio svizzero ripassò la signora col cane e con uno sguardo da scout che non prometteva niente di buono che fece la sua buona azione quotidiana con mezz’ora di cattivo catechismo.
Erano ormai le sei del pomeriggio e ancora ipnotizzato da una marea di parole e cosa peggiore da un alito più preciso di un menù ero ancora in tempo per arrivare alla fine della lezione di diritto penale e la cosa non mi dispiaceva visto che dovevo tornarci, dopo un mese di assenza, solo per la dolce e sensuale Francesca. Dopo aver fatto non so quanta strada a piedi arrivai all’università. Controllai l’orologio, erano le sei e trentacinque, ma la porta dell’aula era chiusa, segno che la lezione ancora non terminava e già più sereno sentivo quell’essere piccolo e deforme, il professore di penale, al secolo Amilcare Pappolone, mio complice. Non finii neanche la sigaretta che la porta si aprì. Francesca fu l’ultima, uscì parlando di non so cosa con quel rachitico, talmente presa dalla discussione, non si accorse della mia presenza e varcò con quell’essere informe il portone dell’università. Ho seguito tutta la scena e non mi ricredevo. Anche se conoscevo Francesca solo da due settimane credevo che la nostra relazione doveva avere ben più forti nemici che un’assenza alla lezione di un professore che insegna diritto penale all’Università di Foggia e non ha avuto il buon senso di cambiare nome. Era il quindici gennaio. Il suo compleanno. Volevo portarla a ballare e poi andare a casa sua, farle leggere il racconto che le avevo scritto come regalo e, se tutto andava come avevo programmato, fare l’amore. Invece lei aveva preferito uno scarto dell’alta società. Deluso, nervoso e con la testa che pensava già al conto del carroattrezzi uscii dall’università, alchè Francesca mi saltò addosso, mi baciò, mi stropicciò tutto. Ero felice come quando Holden ha saputo dove vanno le anatre del Parco in inverno. Il mio programma non le piacque, disse che voleva festeggiare il suo compleanno sola con me. Ed io che ero lì lì per stringere la mano a San Pietro non ostacolai il suo progetto. Lungo la strada per arrivare a casa sua con la sua solita allegria parlava di quei piccoli particolari della lezione che solo una mente accorta e un cuore sensibile poteva osservare. Io, dal canto mio, non le davo retta, sorridevo distratto ad ogni sua pausa, ancora confuso da quel tira e molla dei miei sentimenti all’Ateneo e dal sentirmi i suoi seni contro il mio gomito e per la sua esplosiva gioia e per quei cortometraggi erotici che mi giravano in testa. Arrivati a casa sua la prima cosa che volle fare fu leggere ad alta voce il mio regalo. Aveva quel foglio in mano e rideva, era contenta del regalo che le avevo fatto, sapeva già della mia passione ed anche della mia difficoltà nel trovare gli spunti giusti, del fatto che non mi accontentavo di scrivere e basta, ma volevo essere a tutti i costi originale, non paragonabile a….. . Molto probabilmente il fatto di essermi commissionato un racconto la faceva felice, pensava avessi iniziato a darle retta, perchè lei non condivideva la mia rigidità creativa, lei avrebbe preferito che io avessi scritto tutto quello che mi passava per la testa, diceva: non ti sentire responsabile della distruzione della foresta amazzonica, i tuoi fogli vengono dalla scandinavia. E rideva.
Il mio racconto le piacque molto. Durante la lettura fece molte pause durante le quali mi guardava con gli occhi di chi aveva capito ogni singola legge che regola il mondo, aveva capito che quel racconto non era nato solo dalla necessità di scrivere qualcosa che potesse sostituire un regalo, ma era un pezzo di carbone che mi portavo dentro da ragazzino e che col tempo un paziente minatore aveva scoperto diamante.
L’idea del regalo è stata la giusta cornice. E lei queste cose le aveva capite. E aveva capito anche che l’amavo come non mi era mai capitato e aveva capito anche quanto lei mi amasse.
Mi guardava e basta, ma parlava. E poi continuava a leggere.
parte II – Il countreau
Finì il racconto che eravamo seduti sul divano poco distanti l’uno dall’altra sorseggiando del countreau, ci guardavano fissi negli occhi in silenzio.
Resistetti dal saltarle addosso fino a quando mi accorsi che tanta era l’eccitazione che mi sentivo tagliare dall’orlo delle mutande. Era una lotta, i nostri corpi si tenevano stretti, il freddo che aleggiava nella stanza era solo un vago ricordo.
-Cazzo sono venuto già, mi sento bagnato.
Gli allenatori dei nostri corpi chiesero il tempo, così sospendemmo le ostilità per constatare che avevo sì i pantaloni bagnati, ma di countreau. Sfruttai subito l’occasione per togliermeli, dopo aver rinunciato a farlo con le scarpe ai piedi, mostrando così il solito buco del calzino sull’alluce, incominciai a sbottonarle la camicetta.
Già sicuro di fare bene la mia parte, avendo studiato la situazione migliaia di volte al cinema, inciampai sull’ultimo bottone che non riuscivo a sbottonare. Seccato dell’inconveniente le chiesi aiuto, così finalmente potemmo procedere. Lei incominciò a sbottonare la mia camicia, mentre io le volevo togliere i jeans, ma la cosa si dimostrò impossibile a farsi, tanto che ognuno finì di svestirsi per conto suo e solo ad operazione ultimata potemmo riprendere la lotta. Finalmente le cose incominciarono ad andare come le vedevo scivolare nei film.
Sempre meno timorosi dell’esperienza che stavamo vivendo l’uno studiava l’altra e ognuno in cuor suo si ricredeva sulle cose sbagliate che la propria fantasia gli aveva fatto credere. La sicurezza e l’esperienza, già dopo poco tempo, viste da un terzo, potevano sembrare quelle di combattenti veterani. Mi piaceva il suo piegarsi quando scendevo a baciarla dalla catena dei seni al monte di venere. Dopo uno di questi esercizi si fece sul serio, i nostri volti radiavano di felicità, credo non ci eravamo mai sentiti così vivi, così protagonisti della nostra vita. Non durò molto, io venni subito, eppure nessun altro momento fu così intenso.
parte III – Willy Coyote e la filosofia zippesca
Cinque e trenta circa. Mi svegliai che ero ancora accartocciato con Francesca, per alzarmi non ho potuto fare a meno di svegliarla.
- Dove vai?
- E’ tardi, devo tornare a casa prima che si sveglino.
E con un sorriso di felicità si strinse al cuscino.
Mentre mi vestivo osservavo i suoi lineamenti, il mio senso
di felicità crebbe ancor di più, appurando la sua maturità mi sentivo definitivamente uomo; finalmente credevo di aver superato quel periodo che non ti senti né carne né pesce. Ma cazzo!, al momento di tirar su la cerniera mi si incastrò. Soffrendo in silenzio per non risvegliarla dall’estasi le diedi un bacio veloce sulla spalla e cercai l’uscita muovendomi come Willy Coyote un po’ per il dolore un po’ per non far rumore. Trovata la porta giusta con l’eleganza da Pantera Rosa in missione l’aprii, ma facendo l’ultimo salto scivolai, a mezzaria mi sembrava di aver fatto uno dei tanti tuffi con poco slancio e così naturalmente stramazzai al suolo di pancia facendo un tonfo che svegliò di soprassalto Francesca.
- Cosa è successo?
- Niente, sono scivolato su un foglio di carta che era sulla moquette, lo lascio sulla panca, ciao amore!
- Ciao, ci vediamo a lezione.
Raccolsi il biglietto che aveva chiara l’impronta della mia scarpa, lo misi sulla panca e chiusi con delicatezza la porta. Ora toccava solo tornare a casa in tempo.
A casa, meno male, riuscii ad aprire e richiudere facilmente la porta che ha tante mandate che non sono mai riuscito a contarle tutte. Senza ripetere la brutta esperienza di poco prima camminai normalmente per raggiungere la mia camera con ottimi risultati. Una volta nel letto da prima mi meravigliai dell’ottimo risultato del rientro e poi incominciai a pensare a come è strana la vita, non succede niente in più di vent’anni e poi in due settimane recuperi tutto.
parte IV – intermezzo con flash di ritorno
Erano solo dieci giorni, infatti, che conoscevo Francesca L’avevo conosciuta ad uno degli incontri che gli studenti tengono per parlare delle difficoltà che incontrano nello studio di esami particolari. Come al solito questo era il pretesto, lì gli studenti ci andavano per conoscere persone dell’altro sesso, per riuscire a combinare qualcosa. A dire la verità io non ci credevo a queste cose, ma fu la buona riuscita di un mio amico che mi spinse a provare.
Lei, invece, che si era trasferita da poco, credeva che davvero si parlasse di problemi di studio e quando si accorse che si era sbagliata era pronta ad andare via se non l’avessi fermata con la mia sfacciataggine. Le dissi che stavo per accingermi a studiare quello strafottuto esame e lei così mi parlò di tutti i problemi che aveva incontrato, raccomandandomi di fare attenzione. Si era fatto tardi e così l’accompagnai a casa. Già per la strada sentivo che la cosa procedeva molto velocemente, infatti sotto casa mi chiese se volevo salirci. Non aspettavo altro. Una volta sopra le chiesi se c’era pericolo che arrivassero i suoi genitori, ma lei orgogliosa mi disse che quella casa era solo sua, che quando tornò a Foggia chiese ed ottenne dal padre una casa solo per lei.
Sentivo che la cosa si faceva sempre più interessante, intanto continuò a parlarmi di lei e della sua amica Tiziana che avevo conosciuto tempo prima, dei ragazzi di Foggia e di quelli bolognesi, tutto con molta confidenza. Accettai subito la sfida e, finalmente credendo nelle mie possibilità, la lavorai ai fianchi fino ad ottenere il fatidico bacio. Nei giorni seguenti, entrambi – o almeno io – ci preparammo a vivere quello che era stato l’apice del nostro rapporto.
parte V – nodo in gola Quella mattina andai a lezione ma con mio sommo dispiacere lei non c’era, aspettai per tutto il tempo della lezione di penale, assopendomi parecchie volte, ma di lei neanche il profumo. Feci anche una delle mie storiche figure annuendo ad una domanda del professore che richiedeva una risposta negativa. Finita la lagna corsi subito a casa sua.
Suonai più volte il campanello, a volte anche sbattendo i pugni sulla porta, così forte che sul pianerottolo uscirono un paio di persone che assistettero alla scena. Preso non so da quale tipo di pazzia decisi di buttare giù la porta. Non l’avessi mai fatto, ho ancora il livido che mi copre tutto il braccio sinistro. Più volte col mio fare goffo provai a buttar giù quella porta sia con spallate e sia con calci. Alla fine esausto stramazzai a terra con un affanno che sapeva molto di maratoneta a fine gara e una delle signore che aveva assistito alla scena mi porse delle chiavi.
- Queste sono le chiavi. Le ho perché ci faccio le pulizie.
Senza esitare tanto ho aperto quella porta, avanzai di qualche metro avendo alle spalle ormai l’intera cittadinanza del pianerottolo, sembrava tutto normale eppure già sentivo che quella giornata doveva essere il negativo della precedente. Pensieroso entrai in camera da letto. Si presentò uno scenario completamente diverso da quello della notte prima. Il suo corpo privo di eleganza giaceva ancora sul letto dove avevamo fatto l’amore, la nostra prima esperienza di sesso completo. Aveva la testa sotto il cuscino. Il cuscino non era sgualcito, l’assassino dopo averne fatto uso con non so quantificare quanta freddezza l’ha sistemato e rimesso sul volto di lei, che in poco tempo era riuscita a conquistarmi indelebilmente. Mi sedetti accanto al suo corpo e l’accarezzai come se lei potesse ancora sentire, emozionarsi, reagire, senza rassegnazione giocavo con i suoi riccioli, speravo ancora che si potesse alzare stropicciandosi gli occhi e bevendo le lacrime che mi scendevano a rivoli sul volto. Nessuno dei presenti si sentì in grado di interrompere quella scena talmente romantica da intenerire anche i cuori più avvezzi a queste cose. Solo quando arrivò la polizia per forza di cose si videro costretti ad allontanarmi da quel corpo che anche freddo poteva ancora eccitare. L’ultima volta che la vidi era sulla barella che la portava all’ambulanza. Dopo un po’, quando mi ripresi dallo shock, mentre il commissario mi diceva di non allontanarmi dalla città essendo il maggiore indiziato, nasceva viva in me la voglia di rompere il muso all’assassino, così decidetti di indagare per conto mio.
parte VI – le stringhe…..lente
Non riuscivo a farmi capace della morte di Francesca, per la strada camminavo con lo sguardo assente, urtavo ogni due metri persone che si trovavano sul mio percorso senza chiedere neanche scusa. Una volta urtai un tipo che a dir poco doveva praticare pugilato, mi strapazzò prima con le parole e poi con le mani, da allora ho la bocca un po’ più grande a causa di un taglio alla congiunzione delle labbra suturato con tre punti. Oltre a questo piccolo incidente e al sentimento di vendetta che alitava in me non ricordo più niente di quei giorni fino a quando incontrai Tiziana.
Venne all’appuntamento ma si vedeva chiaramente che aveva paura. Prendemmo un caffè in tutta furia, solo per dare una copertura a quello che doveva dirmi.
- Io ero la migliore amica di Francesca, con me parlava di
tutto, tranne dei problemi che aveva in famiglia.
- Solo questo sai dirmi?
- Ha avuto anche problemi seri con l’ultimo ragazzo che ha
avuto a Foggia.
- Come si chiama?
- (a bassa voce) Filippo Collina.
- Quello fuoricorso!?
- Si!
E se ne andò. Bevvi il caffè che sputai subito perché avevo dimenticato di metterci lo zucchero. Purtroppo lo sputo raggiunse il vestito del signore che mi era accanto che mi promise un sacco di botte se non anticipavo le spese di lavanderia.
Erano passati due giorni dall’omicidio e non avevo altri elementi al di fuori delle informazioni di Tiziana. Comunque ripartii di là, Filippo Collina lo conoscevo bene, era un poco di buono capace di vendere anche sua madre per due soldi. Eppure fui incuriosito dal silenzio sui genitori, così telefonai a casa loro per fissare un appuntamento per l’indomani.
Quella sera stessa incontrai il commissario sotto casa.
- Signor Mastrandrea sono venuto per darle il risultato
dell’autopsia. Era piena di barbiturici.
- Suicidio?! Non ci posso credere e poi senza lasciare neppure un messaggio!
- Il caso per noi è chiuso, lei è libero di andare dove
diavolo vuole. Arrivederci.
- A mai più rivederci!
La notizia mi lasciò incredulo, non riuscivo a spiegarmi come poteva aver mai fatto una cosa del genere dopo quello che c’era stato tra noi. Quella notte non riuscii a dormire, non riuscivo a crederci, non riuscivo a darmi pace per gli innumerevoli sensi di colpa che mi nascevano dentro. Decisi di continuare le mie indagini per scoprire le cause di un tale atto di debolezza.
parte VII – triste, solitario y final
All’indomani ancora scosso dalla notizia del commissario andai a far visita ai genitori di Francesca. Il palazzo era uno di quelli vecchi e nobili, tenuto molto bene, pomi d’ottone, tappeti per le scale e le stanze immense perimetrate di quadri che dovevano avere un certo valore già solo per le cornici. A farmi gli onori di casa fu il padre, un uomo piccolo, forse parente del professore di penale, con un’aria
stanca da uomo provato. Il suo tono di voce era molto
dolce e sereno. Ero incantato dai suoni che emetteva. Purtroppo l’incontro fu breve. Mi spiegò che la moglie aveva spesso crisi di schizofrenia violenta e che qualche anno prima stava per uccidere Francesca. Da allora Francesca si trasferì, fece in tutti i modi per non rivedere sua madre, non per cattiveria o per vendetta o per paura, ma solo per non soffrire vedendo la madre ridotta in quel modo. Francesca, infatti, era molto legata alla propria famiglia, e proprio per non soffrire tanto il distacco tornò a studiare a Foggia anche se in un’altra casa e che tutti i giorni, comunque, andava a fargli visita. Mi disse tutto questo con gli occhi rivolti verso il basso, occhi lucidi e voce triste, solitario y final. Salutandomi con stima mi licenziò, scusandosi dicendo che il lavoro non si arresta neppure davanti a simili drammi. Con una smorfia del viso gli diedi ragione e gli strinsi la forte mano e me ne andai.
Una volta in strada camminai molte ore senza fermarmi pensando a quanto Francesca assomigliava al padre e a quanto era sofferente quell’uomo così buono e così sfortunato. Senza rendermene conto mi trovai sotto casa di Francesca e con le mani che frugavano nelle tasche mi ricordai che avevo ancora le sue chiavi di casa, così decisi di salirci per l’ultima volta. C’erano ancora i sigilli della polizia, li tolsi ed entrai. Era un susseguirsi di ricordi e di emozioni, mi sedetti sul letto che era stato abilissimo a regalarmi due emozioni così forti e così contrastanti, ma uguali nello stringermi il cuore. Sul divano che ci aveva visti così buffi, su quella moquette dove caddi come una pera matura a
causa di quel biglietto.
- Cazzo il biglietto!!
Andai a prenderlo sulla panca ma non c’era e allora lo cercai fino a quando lo trovai nel cassetto del comodino.
“Non vedo l’ora di possederti. Verrò domattina a trovarti, se anche questa volta non ti farai trovare denuncerò tua madre. Filippo.”