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Poeta.

Non è che un giorno ti svegli e dici “papà, voglio fare il poeta!”.

Non è proprio come dire “papà, voglio fare il falegname, l’astronauta, il pensionato, il pompiere!”.

No. Non è che accade così.

Anche perché tuo padre t’avrebbe risposto “cazzo dici, figlio! Questo mondo non è fatto per i poeti! O diventi ladro o diventi avvocato. O tutte e due le cose senza fartene accorgere. Magari!”.

No. Non funziona proprio così.

Funziona che prendi i tuoi sensi e parlo di olfatto, palato, tatto, udito, vista, ci aggiungi un’anima innata dannatamente condannata alla malinconia, quella dolce che non t’avvelena mai, ma che crea dipendenza, proprio quella roba che ti condanna alla speranza, mescoli bene e ci nutri la coscienza.

 

S’inizia così.

Come inizia un politico non ancora ammaestrato, come inizia il suonatore Jones, come inizia il bombarolo, come inizia la costruzione di un amore.

E tu che sei una macchina fotografica, attraverso i tuoi filtri, i tuoi sensi, scatti foto.

S’inizia così. Per istinto di sopravivenza.

 

Inizia una mattina che mentre te ne vai in giro per le strade della tua città ti guardi attorno e cerchi di capire dove diavolo sei da anni. E perché. E ti chiedi che ruolo vuoi giocare. Il ladro? L’avvocato? O tutti e due?

Poi capisci che esistono altre strade. Capisci che puoi anche fare il ladro, puoi anche fare l’avvocato, ma tutto quello ti serve soltanto per ricaricare la tua tessera alimentare. Perché la macchina è molto più grande di te. E te sei misera cosa. E l’unica cosa buona che ti resta da fare è essere te stesso. Sempre e comunque. Costi quel che costi.

Mi volete ingranaggio?! Ok! Ma se permettete ingrano a modo mio.

La coscienza è la clitoride. L’anima ci gioca. I sensi sono attrezzi di lavoro, dell’amante. L’amante della vita.

È vero! Sì, è vero! A volte la coscienza e l’anima si scambiano i ruoli. Ma resta amore. E puoi farlo anche con un abbraccio. Puoi farlo anche con gli occhi. Puoi farlo con una pacca sulla spalla. O con una carezza. Puoi farlo facendo la spesa. Puoi farlo chiudendo un rubinetto mentre ti lavi i denti.  Puoi farlo comunque solo in un modo. Con rispetto. Rispetto per l’altro. Perché l’altro è sempre cosa delicata da maneggiare con cura. E l’amore puoi farlo anche dicendo all’altro “non voglio fare l’amore con te, io e te ci bastiamo da amici”. O ancora “ho una gran voglia di fare l’amore con te, ma rispetto le precedenze, mi metto in fila, attendo quel che c’è da attendere. Cinque minuti. Due settimane. Nove mesi. Sette anni. Una vita, o due”. Per non parlare di quello che fai con i fratelli e con le sorelle e t’importa una sega del legame di sangue, perché può anche non esserci, perché un fratello può essere anche chi fugge la morte e la trova ingoiando lamette e bulloni.

 

C’è poi qualcuno che l’amore lo fa anche con le parole. Più roba da autoerotismo. Roba da segaioli. Ma ce n’è e ce n’è tanti. I più bravi, e questi non sono mai loro stessi a dirlo, ad autodefinirsi tali, sono poeti.

 

Non è che lo decidi, di essere poeta. Lo diventi. E, per giunta, te lo fanno notare gli altri.

 

Ehi! Sai che sei un poeta?!

 

Ma dai! Cazzo dici?! Mi scappano troppi cazzi per essere poeta!

 

No, è che ci sai fare con le parole.

 

Ah, quello può essere. Riesco a metterle in fila. A farci collanine per quando andrai in Svezia. A farci diamanti che non potrò mai regalare alle mie donne. Certo, quello sì.

 

No, è che oltre a saperci fare con le parole, a metterle in fila, come dici tu, riesci anche a scuotere le coscienze, o le anime, o i cuori o le maniglie o quel che ti pare. Insomma, sei un terremoto.

 

Ah, dici quello?! Ma sai, quello non è proprio essere poeti. Quello è essere soprattutto se stessi, provare ad esserlo, almeno. È che ho una gran voglia di fare l’amore con te, di strusciarmi addosso al tuo mondo, di passare per le tue dita, di sapere attraverso il contatto con te, lettore, amante sconosciuto, che esisto e che sto facendo meglio che posso il mio mestiere di vivere.

 

Non si direbbe, poeta.

 

Lo so. A volte anche non voler fare l’amore è un modo per fare l’amore. Perché sei roba delicata. Lo sei tu. Lo sono io. E lo è chi ci circonda. Siamo tutti robe delicate messe in relazione da equilibri che si evolvono.

 

Sono un po’ confuso. Mi hai confuso. Credo d’aver capito, ma non ho capito bene.

 

Lo so. Non credere. È che sei finito in questa storia quasi per caso. Per gioco. Tutti siamo finiti in questa storia quasi per gioco. Il fatto è che le storie servono per il futuro. E tutti abbiamo una gran fame di storie. Ci nutriamo di storie, ma qualche volta ci dimentichiamo che la storia siamo noi. Questione di tempo.

Comunque.

Cinque minuti. Due settimane. Nove mesi. Sette anni. Una vita, o due.

 

 

 

Michele Quitadamo era seduto ad un tavolino del caffè centrale di Vieste, leggeva il giornale. Scorreva attraverso le lenti spesse le cronache sportive del giorno prima. In particolare era fermo da dieci minuti sulla partita Italia-Macondo giocata ieri. Lui l’aveva vista, ma voleva sapere cosa fosse successo. Aveva ordinato un bicchiere d’acqua non gasata con una scorza di limone ed era seduto a quel tavolino in attesa che le commesse aprissero i negozi. Era una cerimonia che per nulla al mondo si sarebbe perso. Il bicchiere era mezzo vuoto. La partita languiva a metà articolo. Il sole pizzicava. Il suo completo di lino bianco non aveva una grinza. Michele Quitadamo era morto da un pezzo, ma pagare il giornale la mattina lo faceva sentir vivo. Lo emozionava. Michele Quitadamo, nonostante tutto, una grande emozione l’aveva vissuta. Aveva più o meno nove anni ed era tornato dalla partita giocata alle spalle dello stadio, su una gettata d’asfalto che in seguito sarebbe diventata la stazione degli autobus delle Ferrovie del Gargano, persa dalla sua squadra solo di un gol. Un po’ curvo sulla parte dolorante aprì la porta del bagno, con l’intenzione di sciacquare il ginocchio sanguinante, e si trovò ad altezza occhi il culo tondo della sua tata, la comare Angelina.

Due tavolini più in là c’era la signora Alda, chiamata da tutti “la pazza”. Ma solo i ragazzini più vivaci avevano il coraggio di gridarglielo a non meno di dieci metri di distanza. Lei si scomponeva ben poco. Ogni mattina era intenta a catturare le emozioni delle coppie di passaggio che non so con quale arcano incantesimo riusciva a rendere sue. Era stata in manicomio la signora Alda e lì aveva appreso che vivere di emozioni proprie non veniva considerato molto salutare. Il suo dna non era d’accordo ed arrivò ad un compromesso: emozionarsi per le emozioni degli altri. Dopo anni di esperienza era riuscita a diventare un predatrice di emozioni niente male. Sapeva riconoscere in un batter di ciglia gli amori veri, quelli che non avevano bisogno di tante moine per sopravvivere da quelli che, per gioco forza, invece, erano fatui, menzogne alle proprie coscienze.
Ma di amori onesti c’è carestia, così, quella mattina, la signora Alda è stata catturata dalla danza di una foglia. Quando arrivò al suo tavolo lo spettacolo era già cominciato. La foglia volteggiava elegante ammaliata dal vento. Era rapita dalle sue parole mute così emozionanti, capaci di far respirare aria più leggera.

Quella foglia verso mezzogiorno decise di riposare tra le mani di una bambina dal sorriso gaio che era appena tornata dal mare. Sapeva che l’avrebbe riempita di coccole multiple. L’avrebbe custodita con cura fino a quando non avesse incontrato il frutto del suo amore, al quale l’avrebbe affidata. Viveva di emozioni grandi la piccola bimba gaia, così grandi che a volte era costretta a salir sopra le nuvole dando l’impressione di straniarsi dal mondo.

Della sua distrazione si accorse giusto in tempo il corriere della Daunia Express che doveva fare una consegna urgente al numero cinque di piazza Umanità. Sulla bolla cumulativa della giornata era segnato che la consegna non doveva avvenire più tardi delle tredici. La notte precedente la moglie si era sentita poco bene, la diagnosi dei medici recitava: carenza di emozioni. Lui sapeva bene come andasse parafrasata la diagnosi, ma tutto questo non gl’impedì di non frenare a due metri dalla piccola gaia e a dieci dal numero cinque di piazza Umanità alle ore dodici e quaranta.
Il pacco era indirizzato al signor Tusiani, un uomo sulla settantina, da tutti considerato un poeta, solo che a lui piaceva definirsi coreografo di parole. L’ultimo sorriso che sfornò il suo viso lo ricordavano solo i più anziani, e, di loro, solo un paio conoscevano la sua vera storia.
Il pacco fu consegnato alle dodici e quarantacinque. Il signor Tusiani, incuriosito, aprì velocemente il pacco di piccole dimensioni e abbastanza leggero, poiché alle tredici era sua abitudine, da oltre quindici anni, avviarsi verso l’ospedale per la dialisi. Fece un tonfo sulla poltrona. Erano lettere non spedite che coprivano un arco temporale di quarant’anni. Erano lettere non spedite della donna che portava nel cuore. Erano lettere non spedite che finalmente avevano raggiunto il loro destinatario. L’emozione fu forte. Emerse con tutta l’inesperienza di anni di inattività un sorriso sul suo viso. Le parole, solo per questa volta, si permisero di dirigere le sue lacrime lungo i solchi scavati dal tempo. Il signor Tusiani visse l’emozione che vale una vita. Il signor Tusiani, quel giorno, non si recò in ospedale per la dialisi. Le parole gli diedero l’ultimo commiato. Il corriere della Daunia Express verso le sedici si accorse di aver saltato una consegna in piazza Umanità al numero cinque, decise di tenersela per ultima e di eseguirla sulla strada del ritorno. Arrivò al citofono, vicino al mio tavolino del caffè centrale, verso le diciotto, col pensiero rivolto esclusivamente alla moglie. Suonò al campanello dello studio legale associato Coco & Tusiani. Rispose una voce seccatissima che minacciando lamentele per iscritto gli ricordava che quella consegna era attesa non più tardi delle tredici. Il corriere della Daunia Express eseguì rammaricato l’ultima consegna della giornata e mi mostrò, già seduto al posto di guida, uno sguardo affranto. Gli sorrisi garantendogli che quell’ultima sua emozione la doveva considerare condivisa con me.

Io vivo di emozioni. Le raccolgo, me le godo, cerco di arrivare alla fonte andando a ritroso lungo il percorso che le ha portate al mio centro emozionale. Ogni giorno ne vivo tante, a volte anche più di una contemporaneamente. Quando mi capita di restare senza parole il più delle volte dipende da questo, dal fatto che le emozioni arrivano multiple e me le coccolo e me le studio. Eppure vi vorrei raccontare di quell’emozione che ancora non vivo. Quella pura. Quella che dopo averla vissuta puoi dire: ora posso anche morire. Ma non posso, mi tocca ancora viverla.

Mi accontenterei anche delle briciole del Gargano Magico.

parte I – Il rinoceronte e via dicendo

 -Cristo Santo!
All’imprecazione, figlia della rabbia, che ti percuote tutto, quando avverti un senso di impotenza, una signora impellicciata che portava a spasso il suo bassotto si voltò e mi fissò dritto negli occhi con uno sguardo che dal filtro degli occhiali da sole era ben bilanciato tra il sacro ed il profano. Imbarazzato della situazione venutasi a creare, subito chiesi perdono a Dio, dimenticandomi di essere ateo. Comunque, a quanto pare la cosa funzionò, infatti la signora, forse rassicurata dal fatto che non aveva appena avuto a che fare con un miscredente, mutò quello sguardo da inquisitore in un sorriso di sufficienza e continuò la sua nobile passeggiata.
I miei occhi furono attratti da quel sedere così grosso, che nonostante la pelliccia calibrata, era molto aderente a quegli animaletti morti e il suo ancheggiare mi rievocava alcuni documentari del mitico Mondo di Quark sui rinoceronte. Quando fu ben distante mi spensi dal ricordare la fatica dei pachidermi durante l’accoppiamento e con molta flemma e sangue freddo misi mani al motore. Dopo aver controllato quelle poche cose di cui ne capisco mi ricordai dello spinterogeno maledetto. Ricollegai ben benino un filo che da solo vorrebbe farmi smaltire quel centimetro di grasso superfluo che ho lasciandomi spesso a piedi. Mi rimisi dentro e provai a mettere in moto, ma niente, proprio niente e il sole già era in fase discendente.
-Al diavolo!
A quel punto con la puntualità di un orologio svizzero ripassò la signora col cane e con uno sguardo da scout che non prometteva niente di buono che fece la sua buona azione quotidiana con mezz’ora di cattivo catechismo.
Erano ormai le sei del pomeriggio e ancora ipnotizzato da una marea di parole e cosa peggiore da un alito più preciso di un menù ero ancora in tempo per arrivare alla fine della lezione di diritto penale e la cosa non mi dispiaceva visto che dovevo tornarci, dopo un mese di assenza, solo per la dolce e sensuale Francesca. Dopo aver fatto non so quanta strada a piedi arrivai all’università. Controllai l’orologio, erano le sei e trentacinque, ma la porta dell’aula era chiusa, segno che la lezione ancora non terminava e già più sereno sentivo quell’essere piccolo e deforme, il professore di penale, al secolo Amilcare Pappolone, mio complice. Non finii neanche la sigaretta che la porta si aprì. Francesca fu l’ultima, uscì parlando di non so cosa con quel rachitico, talmente presa dalla discussione, non si accorse della mia presenza e varcò con quell’essere informe il portone dell’università. Ho seguito tutta la scena e non mi ricredevo. Anche se conoscevo Francesca solo da due settimane credevo che la nostra relazione doveva avere ben più forti nemici che un’assenza alla lezione di un professore che insegna diritto penale all’Università di Foggia e non ha avuto il buon senso di cambiare nome. Era il quindici gennaio. Il suo compleanno. Volevo portarla a ballare e poi andare a casa sua, farle leggere il racconto che le avevo scritto come regalo e, se tutto andava come avevo programmato, fare l’amore. Invece lei aveva preferito uno scarto dell’alta società. Deluso, nervoso e con la testa che pensava già al conto del carroattrezzi uscii dall’università, alchè Francesca mi saltò addosso, mi baciò, mi stropicciò tutto. Ero felice come quando Holden ha saputo dove vanno le anatre del Parco in inverno. Il mio programma non le piacque, disse che voleva festeggiare il suo compleanno sola con me. Ed io che ero lì lì per stringere la mano a San Pietro non ostacolai il suo progetto. Lungo la strada per arrivare a casa sua con la sua solita allegria parlava di quei piccoli particolari della lezione che solo una mente accorta e un cuore sensibile poteva osservare. Io, dal canto mio, non le davo retta, sorridevo distratto ad ogni sua pausa, ancora confuso da quel tira e molla dei miei sentimenti all’Ateneo e dal sentirmi i suoi seni contro il mio gomito e per la sua esplosiva gioia e per quei cortometraggi erotici che mi giravano in testa. Arrivati a casa sua la prima cosa che volle fare fu leggere ad alta voce il mio regalo. Aveva quel foglio in mano e rideva, era contenta del regalo che le avevo fatto, sapeva già della mia passione ed anche della mia difficoltà nel trovare gli spunti giusti, del fatto che non mi accontentavo di scrivere e basta, ma volevo essere a tutti i costi originale, non paragonabile a….. . Molto probabilmente il fatto di essermi commissionato un racconto la faceva felice, pensava avessi iniziato a darle retta, perchè lei non condivideva la mia rigidità creativa, lei avrebbe preferito che io avessi scritto tutto quello che mi passava per la testa, diceva: non ti sentire responsabile della distruzione della foresta amazzonica, i tuoi fogli vengono dalla scandinavia. E rideva.
Il mio racconto le piacque molto. Durante la lettura fece molte pause durante le quali mi guardava con gli occhi di chi aveva capito ogni singola legge che regola il mondo, aveva capito che quel racconto non era nato solo dalla necessità di scrivere qualcosa che potesse sostituire un regalo, ma era un pezzo di carbone che mi portavo dentro da ragazzino e che col tempo un paziente minatore aveva scoperto diamante.
L’idea del regalo è stata la giusta cornice. E lei queste cose le aveva capite. E aveva capito anche che l’amavo come non mi era mai capitato e aveva capito anche quanto lei mi amasse.
Mi guardava e basta, ma parlava. E poi continuava a leggere. 
 

parte II – Il countreau  

Finì il racconto che eravamo seduti sul divano poco distanti l’uno dall’altra sorseggiando del countreau, ci guardavano fissi negli occhi in silenzio.
Resistetti dal saltarle addosso fino a quando mi accorsi che tanta era l’eccitazione che mi sentivo tagliare dall’orlo delle mutande. Era una lotta, i nostri corpi si tenevano stretti, il freddo che aleggiava nella stanza era solo un vago ricordo.
-Cazzo sono venuto già, mi sento bagnato.
Gli allenatori dei nostri corpi chiesero il tempo, così sospendemmo le ostilità per constatare che avevo sì i pantaloni bagnati, ma di countreau. Sfruttai subito l’occasione per togliermeli, dopo aver rinunciato a farlo con le scarpe ai piedi, mostrando così il solito buco del calzino sull’alluce, incominciai a sbottonarle la camicetta.
Già sicuro di fare bene la mia parte, avendo studiato la situazione migliaia di volte al cinema, inciampai sull’ultimo bottone che non riuscivo a sbottonare. Seccato dell’inconveniente le chiesi aiuto, così finalmente potemmo procedere. Lei incominciò a sbottonare la mia camicia, mentre io le volevo togliere i jeans, ma la cosa si dimostrò impossibile a farsi, tanto che ognuno finì di svestirsi per conto suo e solo ad operazione ultimata potemmo riprendere la lotta. Finalmente le cose incominciarono ad andare come le vedevo scivolare nei film.
Sempre meno timorosi dell’esperienza che stavamo vivendo l’uno studiava l’altra e ognuno in cuor suo si ricredeva sulle cose sbagliate che la propria fantasia gli aveva fatto credere. La sicurezza e l’esperienza, già dopo poco tempo, viste da un terzo, potevano sembrare quelle di combattenti veterani. Mi piaceva il suo piegarsi quando scendevo a baciarla dalla catena dei seni al monte di venere. Dopo uno di questi esercizi si fece sul serio, i nostri volti radiavano di felicità, credo non ci eravamo mai sentiti così vivi, così protagonisti della nostra vita. Non durò molto, io venni subito, eppure nessun altro momento fu così intenso.
 

parte III – Willy Coyote e la filosofia zippesca  

Cinque e trenta circa. Mi svegliai che ero ancora accartocciato con Francesca, per alzarmi non ho potuto fare a meno di svegliarla.
- Dove vai?
- E’ tardi, devo tornare a casa prima che si sveglino.
E con un sorriso di felicità si strinse al cuscino.
Mentre mi vestivo osservavo i suoi lineamenti, il mio senso
di felicità crebbe ancor di più, appurando la sua maturità mi sentivo definitivamente uomo; finalmente credevo di aver superato quel periodo che non ti senti né carne né pesce. Ma cazzo!, al momento di tirar su la cerniera mi si incastrò. Soffrendo in silenzio per non risvegliarla dall’estasi le diedi un bacio veloce sulla spalla e cercai l’uscita muovendomi come Willy Coyote un po’ per il dolore un po’ per non far rumore. Trovata la porta giusta con l’eleganza da Pantera Rosa in missione l’aprii, ma facendo l’ultimo salto scivolai, a mezzaria mi sembrava di aver fatto uno dei tanti tuffi con poco slancio e così naturalmente stramazzai al suolo di pancia facendo un tonfo che svegliò di soprassalto Francesca.
- Cosa è successo?
- Niente, sono scivolato su un foglio di carta che era sulla moquette, lo lascio sulla panca, ciao amore!
- Ciao, ci vediamo a lezione.
Raccolsi il biglietto che aveva chiara l’impronta della mia scarpa, lo misi sulla panca e chiusi con delicatezza la porta. Ora toccava solo tornare a casa in tempo.
A casa, meno male, riuscii ad aprire e richiudere facilmente la porta che ha tante mandate che non sono mai riuscito a contarle tutte. Senza ripetere la brutta esperienza di poco prima camminai normalmente per raggiungere la mia camera con ottimi risultati. Una volta nel letto da prima mi meravigliai dell’ottimo risultato del rientro e poi incominciai a pensare a come è strana la vita, non succede niente in più di vent’anni e poi in due settimane recuperi tutto.

parte IV – intermezzo con flash di ritorno  

Erano solo dieci giorni, infatti, che conoscevo Francesca L’avevo conosciuta ad uno degli incontri che gli studenti tengono per parlare delle difficoltà che incontrano nello studio di esami particolari. Come al solito questo era il pretesto, lì gli studenti ci andavano per conoscere persone dell’altro sesso, per riuscire a combinare qualcosa. A dire la verità io non ci credevo a queste cose, ma fu la buona riuscita di un mio amico che mi spinse a provare.
Lei, invece, che si era trasferita da poco, credeva che davvero si parlasse di problemi di studio e quando si accorse che si era sbagliata era pronta ad andare via se non l’avessi fermata con la mia sfacciataggine. Le dissi che stavo per accingermi a studiare quello strafottuto esame e lei così mi parlò di tutti i problemi che aveva incontrato, raccomandandomi di fare attenzione. Si era fatto tardi e così l’accompagnai a casa. Già per la strada sentivo che la cosa procedeva molto velocemente, infatti sotto casa mi chiese se volevo salirci. Non aspettavo altro. Una volta sopra le chiesi se c’era pericolo che arrivassero i suoi genitori, ma lei orgogliosa mi disse che quella casa era solo sua, che quando tornò a Foggia chiese ed ottenne dal padre una casa solo per lei.
Sentivo che la cosa si faceva sempre più interessante, intanto continuò a parlarmi di lei e della sua amica Tiziana che avevo conosciuto tempo prima, dei ragazzi di Foggia e di quelli bolognesi, tutto con molta confidenza. Accettai subito la sfida e, finalmente credendo nelle mie possibilità, la lavorai ai fianchi fino ad ottenere il fatidico bacio. Nei giorni seguenti, entrambi – o almeno io – ci preparammo a vivere quello che era stato l’apice del nostro rapporto.
 

parte V – nodo in gola   Quella mattina andai a lezione ma con mio sommo dispiacere lei non c’era, aspettai per tutto il tempo della lezione di penale, assopendomi parecchie volte, ma di lei neanche il profumo. Feci anche una delle mie storiche figure annuendo ad una domanda del professore che richiedeva una risposta negativa. Finita la lagna corsi subito a casa sua.
Suonai più volte il campanello, a volte anche sbattendo i pugni sulla porta, così forte che sul pianerottolo uscirono un paio di persone che assistettero alla scena. Preso non so da quale tipo di pazzia decisi di buttare giù la porta. Non l’avessi mai fatto, ho ancora il livido che mi copre tutto il braccio sinistro. Più volte col mio fare goffo provai a buttar giù quella porta sia con spallate e sia con calci. Alla fine esausto stramazzai a terra con un affanno che sapeva molto di maratoneta a fine gara e una delle signore che aveva assistito alla scena mi porse delle chiavi.
- Queste sono le chiavi. Le ho perché ci faccio le pulizie.
Senza esitare tanto ho aperto quella porta, avanzai di qualche metro avendo alle spalle ormai l’intera cittadinanza del pianerottolo, sembrava tutto normale eppure già sentivo che quella giornata doveva essere il negativo della precedente. Pensieroso entrai in camera da letto. Si presentò uno scenario completamente diverso da quello della notte prima. Il suo corpo privo di eleganza giaceva ancora sul letto dove avevamo fatto l’amore, la nostra prima esperienza di sesso completo. Aveva la testa sotto il cuscino. Il cuscino non era sgualcito, l’assassino dopo averne fatto uso con non so quantificare quanta freddezza l’ha sistemato e rimesso sul volto di lei, che in poco tempo era riuscita a conquistarmi indelebilmente. Mi sedetti accanto al suo corpo e l’accarezzai come se lei potesse ancora sentire, emozionarsi, reagire, senza rassegnazione giocavo con i suoi riccioli, speravo ancora che si potesse alzare stropicciandosi gli occhi e bevendo le lacrime che mi scendevano a rivoli sul volto. Nessuno dei presenti si sentì in grado di interrompere quella scena talmente romantica da intenerire anche i cuori più avvezzi a queste cose. Solo quando arrivò la polizia per forza di cose si videro costretti ad allontanarmi da quel corpo che anche freddo poteva ancora eccitare. L’ultima volta che la vidi era sulla barella che la portava all’ambulanza. Dopo un po’, quando mi ripresi dallo shock, mentre il commissario mi diceva di non allontanarmi dalla città essendo il maggiore indiziato, nasceva viva in me la voglia di rompere il muso all’assassino, così decidetti di indagare per conto mio. 
 

parte VI – le stringhe…..lente  

Non riuscivo a farmi capace della morte di Francesca, per la strada camminavo con lo sguardo assente, urtavo ogni due metri persone che si trovavano sul mio percorso senza chiedere neanche scusa. Una volta urtai un tipo che a dir poco doveva praticare pugilato, mi strapazzò prima con le parole e poi con le mani, da allora ho la bocca un po’ più grande a causa di un taglio alla congiunzione delle labbra suturato con tre punti. Oltre a questo piccolo incidente e al sentimento di vendetta che alitava in me non ricordo più niente di quei giorni fino a quando incontrai Tiziana.
Venne all’appuntamento ma si vedeva chiaramente che aveva paura. Prendemmo un caffè in tutta furia, solo per dare una copertura a quello che doveva dirmi.
- Io ero la migliore amica di Francesca, con me parlava di
tutto, tranne dei problemi che aveva in famiglia.
- Solo questo sai dirmi?
- Ha avuto anche problemi seri con l’ultimo ragazzo che ha
avuto a Foggia.
- Come si chiama?
- (a bassa voce) Filippo Collina.
- Quello fuoricorso!?
- Si!
E se ne andò. Bevvi il caffè che sputai subito perché avevo dimenticato di metterci lo zucchero. Purtroppo lo sputo raggiunse il vestito del signore che mi era accanto che mi promise un sacco di botte se non anticipavo le spese di lavanderia.
Erano passati due giorni dall’omicidio e non avevo altri elementi al di fuori delle informazioni di Tiziana. Comunque ripartii di là, Filippo Collina lo conoscevo bene, era un poco di buono capace di vendere anche sua madre per due soldi. Eppure fui incuriosito dal silenzio sui genitori, così telefonai a casa loro per fissare un appuntamento per l’indomani.
Quella sera stessa incontrai il commissario sotto casa.
- Signor Mastrandrea sono venuto per darle il risultato
dell’autopsia. Era piena di barbiturici.
-        Suicidio?! Non ci posso credere e poi senza lasciare neppure un messaggio!
- Il caso per noi è chiuso, lei è libero di andare dove
diavolo vuole. Arrivederci.
- A mai più rivederci!
La notizia mi lasciò incredulo, non riuscivo a spiegarmi come poteva aver mai fatto una cosa del genere dopo quello che c’era stato tra noi. Quella notte non riuscii a dormire, non riuscivo a crederci, non riuscivo a darmi pace per gli innumerevoli sensi di colpa che mi nascevano dentro. Decisi di continuare le mie indagini per scoprire le cause di un tale atto di debolezza.

parte VII – triste, solitario y final  

All’indomani ancora scosso dalla notizia del commissario andai a far visita ai genitori di Francesca. Il palazzo era uno di quelli vecchi e nobili, tenuto molto bene, pomi d’ottone, tappeti per le scale e le stanze immense perimetrate di quadri che dovevano avere un certo valore già solo per le cornici. A farmi gli onori di casa fu il padre, un uomo piccolo, forse parente del professore di penale, con un’aria
stanca da uomo provato. Il suo tono di voce era molto
dolce e sereno. Ero incantato dai suoni che emetteva. Purtroppo l’incontro fu breve. Mi spiegò che la moglie aveva spesso crisi di schizofrenia violenta e che qualche anno prima stava per uccidere Francesca. Da allora Francesca si trasferì, fece in tutti i modi per non rivedere sua madre, non per cattiveria o per vendetta o per paura, ma solo per non soffrire vedendo la madre ridotta in quel modo. Francesca, infatti, era molto legata alla propria famiglia, e proprio per non soffrire tanto il distacco tornò a studiare a Foggia anche se in un’altra casa e che tutti i giorni, comunque, andava a fargli visita. Mi disse tutto questo con gli occhi rivolti verso il basso, occhi lucidi e voce triste, solitario y final. Salutandomi con stima mi licenziò, scusandosi dicendo che il lavoro non si arresta neppure davanti a simili drammi. Con una smorfia del viso gli diedi ragione e gli strinsi la forte mano e me ne andai.
Una volta in strada camminai molte ore senza fermarmi pensando a quanto Francesca assomigliava al padre e a quanto era sofferente quell’uomo così buono e così sfortunato. Senza rendermene conto mi trovai sotto casa di Francesca e con le mani che frugavano nelle tasche mi ricordai che avevo ancora le sue chiavi di casa, così decisi di salirci per l’ultima volta. C’erano ancora i sigilli della polizia, li tolsi ed entrai. Era un susseguirsi di ricordi e di emozioni, mi sedetti sul letto che era stato abilissimo a regalarmi due emozioni così forti e così contrastanti, ma uguali nello stringermi il cuore. Sul divano che ci aveva visti così buffi, su quella moquette dove caddi come una pera matura a
causa di quel biglietto.
- Cazzo il biglietto!!
Andai a prenderlo sulla panca ma non c’era e allora lo cercai fino a quando lo trovai nel cassetto del comodino.
“Non vedo l’ora di possederti. Verrò domattina a trovarti, se anche questa volta non ti farai trovare denuncerò tua madre. Filippo.”
 

Il cielo è ancora limpido, c’è attaccato il sole con una puntina da disegno, ma è un falso: fa freddo. Fuori, a livello epidermico. Dentro. Si è rotto l’incantesimo, quel velo sugli occhi che bonariamente ti proteggeva dal freddo. E ti scopri un satellite dell’universo che credevi di aver conquistato. Devo ricordarmi di ricaricare le bombole di propano. Mentre guidi, dal lavoro al lavoro, appaiono nuvole sottili che somigliano tanto ai suoi occhi e ti sorridi sorpreso nello specchietto retrovisore. Mangi l’asfalto, rubi il tempo per un thé. Il vocio di quotidianità ti accoglie sornione nel tuo bar, Lello ti saluta, smanetta la sua nuova macchina rosso amaranto con display digitale e prepara quello che per te è uno scarico di tensione. Come quando piove e tu ci stai sotto, la pioggia ti entra dentro e scorrendo verso i piedi fradici porta con sé i detriti dei tuoi pensieri cupi. Irrigidisci i muscoli per evitare uno stiracchiamento da stanchezza. Il tuo volto, tra una bottiglia di countreau ed una di unicum, si riflette evidenziando quasi fiero le sue occhiaie da panda, fottendo ogni stima del wwf che lo dà in via di estinzione. Tra un po’ vado a controllare lo stato della tela sintetica del pallone, le tubature, l’altimetro barometrico. Cristo dov’è l’altimetro?!?! Hai l’ansia di andar via dalla realtà ed uscendo ti sembra quasi di sentire la sua voce. Ti fermi un attimo sull’uscio quasi a volerti voltare, ma è un attimo, lei non può essere lì e comunque non c’è, e vai. Marco oggi non è con te, la volpe, è andato ad est a pisciare rivendicando il nostro territorio. Tu invece resti nella roccaforte a studiare nuove strategie di conquista. L’altimetro dovrebbe essere su quello scaffale blu insieme al manometro e agli erogatori. Aspetta, perché l’ho messo lì? Andava fatta la manutenzione che ho trascurato. Dovrò rimandare di un giorno la partenza! E le bombole, le ho revisionate?! Chi cazzo se ne importa!! Non posso aspettare tanto. Ti rimetti in auto e mentre avvii il motore attraverso il fumo azzurrognolo della tua rothmans ti sembra di vedere il raggio verde, ma sei solo tu a vederlo il suo sorriso, tutto per te. Illuso! Non dovevi prendere il thé, ma un intruglio di realtà. Ma sogna pure, che i sogni, fin quando li vivi, sono un antidoto alla mediocrità della vita. Preoccupati solo di fare incetta d’anticorpi per il periodo della disillusione. Il vecchio altimetro va bene, è solo un po’ ossidato sull’involucro esterno, le bombole andrebbero revisionate, ma chi se ne importa, non posso più aspettare, le farò ricaricare domattina presto da Nikita l’albanese, la tela sintetica del pallone sembra in buone condizioni. La sabbia!! Dovrei riempire i sacchetti di sabbia, ma per questo viaggio me ne servono pochi. E riparti dalla tua sosta, il telefono strilla il nome di persone a cui non rispondi. Hai poca voglia di dialogare con il mondo. Le mani in tasca questa volta le tiene lei. È il tuo destino, arrivi nella vita delle persone sempre un attimo prima o un attimo dopo l’attimo giusto. Non ci puoi far nulla, dovresti sincronizzarti a loro, ma tu sei l’unico che al ventidue di marzo porta sul datario dell’orologio la data del diciotto. Non ci puoi far nulla, sei destinato ai tuoi fusi, ma domattina rimetterai in sesto la tua mongolfiera, inizierai un viaggio senza destinazione e andrai in cerca di una nuova identità. Ah, ricordati di salutarmi i gabbiani, mi mancano.  

C’era un nome, ed era anche un bel nome. Questo era di un gabbiano. Ma, se l’è perso tra il catrame di una spiaggia, se l’è perso tra le reti maleodoranti abbandonate dai pescatori negli angoli nascosti di ogni porto, se l’è perso tra i rifiuti di una discarica.
Una mattina di aprile. Librava sul braccio più lungo del molo accarezzato dal primo vento timidamente caldo. Si lasciava andare come l’aquilone di un bambino. Era appesantito da un pezzo di catrame che gli si era incollato alla zampetta sinistra. Ma non se ne importava. Gli piaceva sentire attraverso le sue piume quel sapore di libertà che lo faceva sentire libero. Libero. Libero di gustare anche qualcosa di più genuino delle briciole di un sacchetto di patatine abbandonato da un bambino portato per mano dal genitore durante la passeggiata della domenica mattina. Libero di non mettere virgole. E così scoprì che del nero a cui era abituato ne aveva abbastanza. Decise così di andare via, di abbandonare i suoi compagni al loro destino e che era giunto il momento di crearselo da sé, il suo. Destino. Il cuore gli si gonfiò di tristezza, ma fu un attimo. Sì. Un attimo. Fece un giro rapido sulla città che l’aveva ospitato, non era quella la sua meta. La sua meta era il cielo infinito. Le sue piume raccolsero il raccoglibile dai comignoli industriali, dagli scarichi delle auto, dalle parole degli uomini dei palazzi più alti e si avviò. Il pezzetto di catrame era ancora attaccato saldamente alla sua zampetta. Era felice. Finalmente. Era felice. E saliva. Le sue piume accoglievano il segreto di terre lontane racchiuso nei granelli leggeri provenienti da chissà quali deserti. Salire di quota l’affaticava, ma la sua fatica era compensata dalla felicità di vivere la sua libertà ogni metro che andava più in alto. Era sicuro che oltre le nuvole avrebbe trovato quello che i suoi occhi hanno sempre cercato. E saliva. Saliva. Cribbio se saliva, desiderare fa riesumare forze abbandonate tra i muscoli, tra i denti, negli occhi. E batteva le sue ali sempre più forte. L’aria era sempre più rarefatta. Ma era quasi arrivato alle prime nuvole, quelle più basse. Quelle nuvole che rubano i sogni ai bambini, quelle che rubano le idee ai poeti, quelle che fanno contenti i contadini. E con un ultimo sforzo ci arrivò. Le sue piume raccoglievano tutto quello che riuscivano a toccare, l’umidità faceva da collante. Quel pezzetto di catrame aveva capito che non sarebbe mai riuscito a far desistere il gabbiano dalla sua impresa. Si staccò senza neanche farsene accorgere. La felicità la faceva da maestra su di quelle nuvole. Le nuvole, era sulle nuvole. Le nuvole. Sembrano inconsistenti viste dal basso, invece. È dalle nuvole che parte ogni arcobaleno. E l’amore, quest’eterno sconosciuto, è la luce che è dentro ogni colore. L’arcobaleno. Le nuvole. Le sue piume erano cariche di vita, di luce, segreti della terra. Non era mai stato così ricco. Con quell’inestimabile tesoro che aveva raccolto poteva tranquillamente tornare indietro e diventare il re dei suoi compagni gabbiani, ma non era per questo che era lì. Il suo destino. Era lì per il suo destino che non era certo quello di un re. Si arrampicava ormai all’estremo delle forze. Imboccò corridoi che accoglievano i sogni degli uomini giusti e onesti. Le sue piume raccolsero anche questi. Il gabbiano, consumando l’ultima luce contenuta nei suoi occhi, fece in tempo a ritrovare il suo nome e a far ridere il suo cuore che gioioso come non mai scoppiò.
Le sue piume col loro carico prezioso vennero seminate nel cielo come solo una mano contadina esperta è capace di fare.
Una di quelle piume anni e anni fa fu raccolta da un bambino che passeggiando lungo il bagnasciuga andava a caccia di conchiglie. Trovò una piuma e la raccolse, le tolse di dosso la sabbia e la custodì con cura ed ora, sta attingendo, con quella stessa piuma, l’inchiostro sufficiente per dirvi che questa storia è finita.