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I cinque sensi: Tatto, Olfatto, Palato, Vista, Udito. Avete capito bene, gente, tra un po’ si viaggia con i cinque sensi. E, incredibile, ma vero, l’oggetto dei desideri è proprio quella cosa lì che avete sempre considerato di una noia mortale, un libro. Grande errore gente. Grande errore. I libri sono una sostanza stupefacente che una volta che ti entra in circolo esalta tutti i sensi e amen. Pace agli uomini di buona volontà. Di più. I neuroni, alla fine di una lettura, ringraziano, s’inchinano ed iniziano a farti muovere i piedi verso il tuo pusher di fiducia. Una libreria.

 

Passo uno. Entra in una libreria e chiedi “Cartoline dal Gargano” a cura di Sergio D’Amaro, Enrico Fraccacreta e Salvatore Ritrovato. Aggiungi: Levante editore. Il libraio ti squadra e dice: “poesia, eh?! Sei uno tosto e raffinato!” e di traverso, va a prenderti il tocco di libro.

Tu lo intravedi. Lo squadri. Poi lo tocchi. Chiudi gli occhi. Al tatto sembra un agrume.

 

Passo due. È un giro su te stesso. L’odore degli aranci ti entra nelle narici. Ma anche i limoni sono in fiore. Il Gargano ti è già nei polmoni e te resti stordito. È quello che cercavi.

 

Passo tre. Ti tuffi dalla copertina nelle pagine. Quello che trovi è una distesa di grano. L’acquolina esonda il palato. La pagina è liscia come l’olio. L’origano selvatico pizzica la lingua.

 

Passo quattro. Le parole sono zolle di terra. Arate ad arte. Aguzzi gli occhi. Quello che vedi non è il sole, un cielo sereno, le foglie mosse dal vento, due laghi, il mare, sassi e sudore, ma l’uomo. Da dentro.

 

Passo cinque. Senti le voci di Cristanziano Serricchio, Joseph Tusiani, Giovanni Scarale, Michele Coco, Emilio Coco, Cosma Siani, Lino Angiuli, Vincenzo Luciani, Francesco Granatiero, Sergio D’Amaro, Enrico Fraccacreta, Claudio Damiani e Salvatore Ritrovato. Ma poi realizzi che è solo l’eco dei passi delle tue origini.

 

Torni alla cassa. Paghi. 10 euro. Ed il viaggio è appena cominciato.

Ormai anche tu sei diventato un librodipendente. Ed il Gargano ti attende.

 

 

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Recensione di “Cartoline dal Gargano” a cura di Sergio D’Amaro, Enrico Fraccacreta e Salvatore Ritrovato – Levante Editore

Intervista Immaginaria a Oscar Wilde

per recensire “detti e aforismi” di Oscar Wilde ed. Bur

[D] Sig. Wilde, le anticipo che non è mio mestiere fare domande. Ciò premesso inizierei proprio col chiederLe cosa pensa delle domande e come si pone nel rispondere.

[R] Noto, infatti, che sei teso. Spero di tranquillizzarti dicendoti che vale sempre la pena fare una domanda, ma non sempre vale la pena dare una risposta. Questo perché le domande non sono mai indiscrete: a volte lo sono le risposte.

[D] Cos’è la vita per Lei?

[R] La vita non è altro che un brutto quarto d’ora composto di momenti squisiti. Non vi è segreto della vita. Lo scopo della vita, se ne ha uno, consiste semplicemente nella ricerca continua delle tentazioni. E non ve ne sono abbastanza. Mi accade talvolta di trascorrere una intera giornata senza imbattermi in una sola tentazione. È veramente spaventoso. Fa tanto temere per l’avvenire.

[D] Quindi c’è o non c’è un segreto per vivere meglio la vita?

[R] Ebbene, il segreto della vita, dato che insisti, è l’arte. Solo l’arte può offrirci un rifugio contro i sordidi pericoli dell’esistenza perché lo scopo dell’arte non è la semplice verità ma la complicata bellezza.

[D] Può definire la bellezza?

[R] La bellezza è l’unica cosa contro cui la forza del tempo sia vana. Le filosofie si disgregano come sabbia, le credenze si succedono l’una all’altra, ma ciò che è bello è una gioia per tutte le stagioni, ed un possesso per tutta l’eternità. Gli adoratori della bellezza saranno sempre giudicati dal mondo come visionari.

[D] Quindi i cultori della bellezza saranno costretti a recludersi nel paese di Utopia?

[R] Una mappa del mondo che non comprende il paese dell’Utopia è indegna di uno sguardo, perché ignora il solo paese al quale l’Umanità approda continuamente. E quando l’Umanità vi getta le ancore, sta in vedetta, e scorgendo un paese migliore, di nuovo fa vela. Il progresso non è altro che l’avverarsi delle utopie, anche se, a onor del vero, la società perdona spesso al delinquente, non perdona mai al sognatore.

 

pubblicata su “Il Caffé” di giugno 2008

Trent’anni fa un ragazzo di trent’anni, Peppino Impastato, conduceva un programma di satira (Onda Pazza) in una radio libera (Radio Aut). Oggi i co-conduttori di quell’esperienza, Salvo Vitale e Guido Orlando, sono i curatori di “Onda Pazza. Le otto trasmissioni satirico-schizzofreniche di Peppino Impastato” con cd -audio allegato (Ed. Stampa Alternativa) contenente anche l’ultima registrazione che firmò la sua condanna a morte.

Impastato nacque in una famiglia mafiosa. Sembrava, dunque, che avesse un destino segnato. Un futuro da capo mafia, ma ancora ragazzo si ribellò, ruppe con il padre ed avviò un’attività politico-culturale antimafiosa. Da subito l’impegno politico. Poi condusse le lotte dei contadini espropriati, degli edili e dei disoccupati. Nel 1975 costitui il gruppo “Musica e cultura” con il quale svolse attività culturali quali cineforum, musica, teatro e dibattiti. Nel 1976 fondò, assieme ad alcuni compagni, “Radio Aut”, radio libera autofinanziata, per proporre controinformazione e denuncia: “Aut” come autonoma e, rifacendosi alla pronuncia dell’inglese out, fuori dagli schemi comunicativi imposti dal potere. Il programma più seguito era “Onda pazza”, trasmissione satirica che aveva come epicentro la denuncia esplicita della mafia e delle sue connessioni politiche utilizzando un’arma non convenzionale: lo sberleffo. In “Onda pazza” tutti i potenti locali diventavano personaggi immaginari di una “cretina commedia” ambientata nel paese di Mafiopoli dove il boss Gaetano Badalamenti, ad esempio, diventava “Tano seduto”. Nel 1978 si candidò alle elezioni comunali, ma venne assassinato in piena campagna elettorale, con una carica di tritolo in bocca e sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia. Era il nove maggio 1978. Stampa, forze dell’ordine e magistratura subito parlarono di atto terroristico in cui l’attentatore sarebbe rimasto vittima e, dopo la scoperta di una lettera scritta molti mesi prima, di suicidio. Così volle la mafia. Onda pazza ci spiega perché.

 

recensione pubblicata su “Il Caffé” di maggio 2008

"Il Caffé" - Aprile 2008Copertina di "Craj - domani"

 

 

 

 

 

 

 

 

Prendi uno specchio, mettici dentro la tua persona ed inizia ad arrampicarti su quello che sei. Arriverai in cima ai tuoi capelli increspati dal vento. Un vento di sud che ha modellato il viso di tuo nonno ricurvo su un campo con i piedi nella terra e con le mani di terra. Il taglio dei tuoi occhi allora sarà la chiave di lettura di un film che si chiama “Craj”, ma che ha radici antiche seppur si pianti nei tuoi piedi. E balla, ragazza dai sogni ancora intatti, balla, ragazzo a cui piace viaggiare, che il viaggio sta per iniziare.
E che sia un  ragno vero, una taranta, o un ragno che si chiama lavoro precario, o ingiustizia sociale, o semplicemente voglia di arrivare, poco importa. L’importante è viaggiare, l’importante è ballare. L’importante è sapere che siamo figli dei nostri anziani, l’importante è ascoltare i loro racconti sulla fatica, i loro racconti di stenti di un sud, in un sud, che siamo noi, ora e domani. Ed è questo il viaggio del Principe Floridippo (Giovanni Lindo Ferretti), in groppa al suo “ronzinante” Toledo, assieme al suo loquace scudiero Bimbascione (Teresa De Sio). Un viaggio allegro e contagioso attraverso il mondo magico delle nostre campagne e dei suoi protagonisti, attraverso il filo sonoro di tutto il meglio della nostra tradizione popolare. Parliamo di Antonio Piccininno ed Antonio Maccarone (I Cantori di Carpino), parliamo di Matteo Salvatore (di Apricena) e di Uccio Aloisi (di Cutrufiano).
Corriamo nelle migliori librerie (cofanetto dvd + libro – Ed. BUR) perché è da poco disponibile il più sperimentale dei film degli ultimi tempi, “Craj”, del giovane regista Davide Marengo, che permette a tutti di vivere una straordinaria avventura dentro noi stesso, attraverso le emozioni che regala. Un viaggio dentro al nostro sud, tra gli ulivi delle nostre campagne, tra le melodie nate per risollevare gli animi dal duro lavoro nei campi, tra le nostre leggende. “La luna gira il mondo e voi dormite. Se avete capito, avete capito; se non avete capito non capirete mai.”

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pubblicato su “Il Caffé” di aprile 2008

copertina di "Gnòsi delle fànfole" di Fosco Maraini

Sempre più raramente capita di leggere libri che lasciano il segno. Uno di quelli che arano e seminano la coscienza è sicuramente “Gnòsi delle Fànfole(Baldini Castoldi Dalai comprendente un cd con interpretazioni musicali delle Gnòsi di M. Altomare e di S. Bollani) di Fosco Maraini, uno degli intellettuali più originali del ‘900. Scrittore. Antropologo. Etnologo. E, soprattutto, esploratore. Per capire l’uomo basta raccontare un aneddoto. Dopo l’8 settembre ‘43 era in Giappone. Il rifiuto di aderire alla Repubblica di Salò gli valse un biglietto d’ingresso con l’etichetta di “traditore”, per se e per la sua famiglia (compresa la figlioletta Dacia), in un campo di concentramento. Durante la prigionia compì un gesto d’alto significato simbolico per la cultura giapponese: alla presenza dei comandanti del campo si tagliò il mignolo della mano sinistra con una scure. Non ottenne la libertà, ma una capretta ed un orticello permisero alla sua famiglia di sopravvivere.

Gnòsi delle Fànfole è una raccolta di esperimenti di poesia metasemantica. Il linguaggio, dunque, è il vero protagonista. La sua non è un’operazione di ricerca spasmodica della relazione tra significato e parola che porta ad un risultato univoco. Compie un atto di vero amore nei confronti della comunicazione, che caratterizza l’intero percorso intellettuale dell’autore. Ossia rende la parola “un tesoro e una bomba”. Considera la parola “una caramella, qualcosa da rigirare tra lingua e palato con voluttà, a lungo, estraendone fiumi di sapori e delizie”. Le sue parole sono universi interi con sistemi che girano attorno ai colori, agli odori, ai sapori, alle sensazioni tattili, ai suoni, alle emozioni. È il lettore, con il suo bagaglio di esperienze ad interpretare la proposta metasemantica che, ad ogni lettura, prende connotazioni diverse. Ogni singola parola diventa un palcoscenico dove viene messa in scena la nostra fantasia. Leggere Gnòsi delle Fànfole è l’occasione per solleticare il bambino che è in noi.

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Pubblicato su “Il caffé” di Febbraio 2008